La disciplina giuridica del Product Placement

Il product placement cinematografico, in particolar modo nel corso dell’ultimo decennio, è divenuto probabilmente il miglior mezzo di comunicazione indiretta per il proponimento di prodotti e marchi commerciali. Infatti, questa tecnica è riuscita ad incontrare le esigenze del consumatore e, dunque, ad influenzare le dinamiche del processo decisionale dello spettatore/consumatore spingendolo all’acquisto di specifici beni o servizi. Pertanto, soprattutto alla luce della sempre più evidente inefficienza dei sistemi tradizionali di promozione di prodotto attraverso i classici spot pubblicitari che trovano la resistenza ed il fastidio degli spettatori, lo studio del product placement diviene prioritario1.
Prima di tutto occorre individuare con precisione di cosa si parla quando ci si riferisce al product placement. Esso può esser definito come una strategia di marketing attraverso la quale vengono inseriti marchi, loghi, prodotti o servizi commerciali, all’interno di un’opera audiovisiva2 (tipicamente un format televisivo o cinematografico), a fronte di un corrispettivo o di altri vantaggi erogati dell’impresa che riceve la pubblicità in favore del produttore dell’opera.

Le politiche europee nel settore audiovisivo e cinematografico

La competenza dell’Unione europea (UE) ad intervenire nella definizione delle politiche relative al settore audiovisivo, compreso quello cinematografico, va ricercata nel combinato disposto di diverse norme contenute nel Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea (TFUE) da leggersi alla luce della interpretazione evolutiva datane nel tempo dalla Corte di giustizia. Si tratta degli articoli 28, 30, 34, 35 relativi alla libera circolazione delle merci; negli artt. da 45 a 62 inerenti la libera circolazione delle persone dei servizi e dei capitali; negli artt. da 101 a 109 sulla politica di concorrenza; negli artt. 114 sull’armonizzazione tecnologica; 165 sull’istruzione; 166 sulla formazione
professionale; 167 relativo specificamente alla cultura; e 173 all’industria.
La circostanza per cui la base giuridica che legittima l’intervento dell’UE nel settore in esame sia da rintracciarsi nelle disparate fonti sopra elencate discende dalla natura ibrida dei beni e servizi media, idonei a rivestire tanto un valore culturale che un valore economico alla stregua dell’ordinamento europeo. Al fine di comprendere la rilevanza culturale del fenomeno audiovisivo vale la pena di riprendere quanto a più riprese sottolineato dalla Commissione europea, secondo la quale il settore audiovisivo, in quanto strumento principe di veicolazione di idee e valori, forgia identità e si presta a rappresentare un importantissimo motore per l’integrazione europea tale, pertanto, da contribuire significativamente alla crescita sociale ed economica dell’Europa, oltre a costituire una fonte di innovazione.

La posta elettronica certificata ed il suo impatto sul processo telematico tributario

Negli ultimi anni si è andato affermando un nuovo modello di società che non prescinde dall’uso di strumenti elettronici per l’espletamento di ogni attività umana. In questo contesto di progressiva ed inarrestabile informatizzazione del quotidiano, si è assistiti alla introduzione nel lessico e nelle procedure giuridico-amministrative di terminologie, ma soprattutto metodologie tecnologiche, frutto del processo di rivoluzione delle normative, nella direzione tracciata dalla tecnologia.
Uno degli strumenti, figlio della innovazione tecnologica della pubblica amministrazione, è la posta elettronica certificata legittimata nel nostro ordinamento con il d.P.R. n. 68 del 2005 ossia il “Regolamento recante disposizioni per l’utilizzo della posta elettronica certificata, a norma dell’articolo 27 della legge 16 gennaio 2003, n. 3”. La necessità del d.P.R. in argomento è quasi divenuta una esigenza irrinunciabile nel momento in cui la posta elettronica1 è divenuta de facto lo strumento di maggiore uso per le comunicazioni a mezzo telematico. Infatti se grazie alle precipue caratteristiche di semplicità, immediatezza di posta del destinatario informerà il mittente qualora entro 24 ore non sarà riuscito ad effettuare la consegna del messaggio; c) avviso di rilevazione di virus.
Le tipologie di buste create dal sistema possono essere: a)busta di trasporto (contenente il messaggio originario, i dati di certificazione e la firma del gestore); b) busta di anomalia (contenente il messaggio errato e la firma del gestore).
Tutte le tipologie di messaggi generati dal sistema PEC sono sottoscritti dai gestori di posta elettronica certificata mediante la firma. I certificati di firma di cui il gestore deve disporre ai fini della validità della certificazione del messaggio sono rilasciati dall’Agenzia Italia Digitale (già DigiPa) al momento dell’iscrizione nell’elenco pubblico dei gestori di posta elettronica certificata e sino ad un numero massimo di dieci firme per ciascun gestore (ai sensi dell’art. 7 del D.P.C.M. 2 novembre 2005 è prevista la possibilità di richiedere un numero di certificati di firma superiore a 10 da parte dei Gestori).
Il percorso dal mittente al destinatario finale del messaggio di PEC è di seguito schematizzato attraverso una sequenza che illustra le fasi del passaggio dal mittente al rispettivo gestore e dal gestore del destinatario al destinatario stesso ed inoltre evidenzia i momenti in cui il servizio di PEC genera le tre tipologie di ricevute descritte in precedenza:
In caso di un’eventuale mancata ricezione da parte del destinatario il gestore di posta del destinatario informerà il mittente qualora entro 24 ore non sia riuscito ad effettuare la consegna del messaggio. Inoltre, i gestori sono tenuti (non obbligati) a verificare che il messaggio di posta elettronica non sia contagiato da virus e ad adottare i comportamenti disciplinati all’art. 12 del d.P.R. 68 del 2005. Inoltre lo stesso d.P.R. n. 68 del 2005 stabilisce, anche, una valida soluzione per l’eventuale smarrimento delle ricevute; infatti, un apposito archivio informatico custodito dai gestori di posta elettronica certificata, ha il compito di conservare, per un periodo di trenta mesi, le tracce informatiche caratterizzate dallo stesso valore giuridico. Nel caso in cui ci siano problemi nella consultazione dei messaggi notificati, potrà essere richiesta una copia al gestore di posta. L’ aggettivo “certificata” si traduce quindi nella possibilità di garantire l’invio, l’integrità e l’avvenuta consegna del messaggio scambiato tra il gestore di PEC del mittente e quello del destinatario, fornendo agli utenti la certezza, a valore legale, dell’avvenuto recapito dei messaggi.
L’alveo legislativo che costituisce la legittimazione giuridica del sistema di posta elettronica certificata si compone, oltre del già citato Decreto del Presidente della Repubblica 11 febbraio 2005, n. 68, “Regolamento recante disposizioni per l’utilizzo della posta elettronica certificata, a norma dell’articolo 27 della legge 16 gennaio 2003, n. 3.” (G.U. 28 aprile 2005, n. 97), anche del successivo Decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82 (G.U. 16 maggio 2005, n. 93) , nonché Decreto Legge 29 novembre 2008, n. 185 (G.U. 29 novembre 2008, n. 280, supplemento ordinario 263/L) (recante “Misure urgenti per il sostegno a famiglie, lavoro, occupazione ed impresa e per ridisegnare in funzione anti-crisi il quadro strategico nazionale”) convertito nella Legge 28 gennaio 2009, n. 2, più noto come “decreto anticrisi”, rende obbligatoria per imprese e professionisti la PEC, e di alcuni successivi atti regolamentari e amministrativi a carattere generale.

L’evoluzione normativa dell’intervento pubblico indiretto nel settore cinematografico

Il sistema delle sovvenzioni statali al settore cinematografico è frutto di un’evoluzione politico-normativa registratasi nel corso del secolo scorso.

Dopo la costituzione dell’Unione Cinematografica Italiana che inglobò tutte le principali aziende cinematografiche italiane e con i primi provvedimenti normativi sull’attività cinematografica voluta dal regime fascista che mirava sia a favorire la produzione nazionale privata, sia a coinvolgere lo Stato nell’attività cinematografica con la creazione dell’Istituto Luce, si ebbe la legge n. 1121 del 1927, con cui lo Stato obbligò i produttori a denunciare l’inizio della lavorazione, imponendo l’obbligo di programmare pellicole solo di produzione nazionale.

Nel complesso l’organizzazione della cinematografia in ambito fascista fu piuttosto varia e articolata, con istituzioni e iniziative che, dovendo conseguire risultati di prestigio anche sul piano internazionale, ebbero qualche margine di autonomia e adeguate dotazioni di mezzi.

Dalla metà degli anni trenta la crisi si aggrava e per cercare di risolvere la situazione si cerca di passare al finanziamento diretto dello Stato. Lo Stato aveva il controllo della produzione cinematografica ed i finanziamenti statali venivano recuperati solo dopo che il produttore aveva recuperato le somme da lui stanziate.

La legge n. 897 del 1956 ridefinì le provvidenze, anche con un sistema di incameramento delle provvidenze precedentemente elargite con il contributo del 16% dagli introiti lordi dei film proiettati per un periodo di un cinque anni dalla prima proiezione. Erano presenti altri cinque premi da distribuire tra il produttore, l’autore, il soggetto della sceneggiatura, dalla musica, dalla regia della scenografia, delle riprese. I premi erano presenti anche per i film per ragazzi e un contributo del 2% per tre anni dalla prima proiezione per i produttori di cortometraggi a carattere documentario.

La sezione autonoma del credito erogava finanziamenti solo fino al 60% del costo di produzione mantenendo un diritto di privilegio su incassi nazionali, premi governativi e ricavi esteri del film finanziato.

Il rimanente 40% dei costi di produzione era prestato da terzi, principalmente banche che, non potendo usufruire, per i propri crediti, del privilegio sugli incassi, prestavano il denaro ad altissimo interesse e ciò annullava i vantaggi del credito agevolato.

Nasce così un nuovo regime di agevolazione fiscale che terminerà nel 1999 con l’abolizione dell’imposta sugli spettacoli e la trasformazione degli abbuoni, concessi agli esercenti delle sale, in crediti d’imposta.

L’obiettivo dell’e-justice nel sistema di e-government dell’Unione europea

In questo articolo l’autore ci illustra gli obiettivi dell’e-justice nel sistema di e-government dell’Unione Europea.

L’e-Government costituisce la “chiave” non solo per modernizzare le pubbliche amministrazioni, ma anche per migliorare e semplificare i rapporti dei governi con i cittadini e le imprese, assicurando efficienza e trasparenza nei servizi. È una straordinaria opportunità che, attraverso l’integrazione di una buona tradizione amministrativa con la nuova “cultura della rete”, dovrebbe agevolare i Paesi europei nel loro cammino verso la crescita della democrazia e lo sviluppo economico e sociale.

L’e-Government è divenuto un tema centrale nella politica della società dell’informazione a tutti i livelli: locale, regionale, nazionale, Europeo e persino globale. L’e-Government è stato inteso come uno strumento che dovrebbe aiutare ad erogare un miglior governo in almeno tre modi: a) dovrebbe creare un “governo aperto”; b) dovrebbe aiutare a fornire ai cittadini servizi pubblici personalizzati che incontrino i loro bisogni specifici; c) infine, l’e-Government dovrebbe aiutare le amministrazioni pubbliche ad aumentare efficienza e produttività consentendo di erogare maggiori risorse al fabbisogno delle comunità.

L’obiettivo del “governo aperto” è rappresentato da un aumento della trasparenza e della responsabilità da parte dei governanti, infatti dovrebbe rendere possibile per i cittadini seguire ciò che fanno i loro governi centrali, regionali e locali; consentire di partecipare ai processi decisionali fin dalle fasi iniziali; verificare che il denaro pubblico sia speso bene.

L’obiettivo della “personalizzazione” dell’e-Government dovrebbe essere finalizzato ad erogare servizi pubblici in modo che li si renda accessibili e rilevanti per ciascun cittadino o azienda.

Vedremo come le iniziative nell’Unione Europea hanno  fatto sentire in modo netto il bisogno di un coordinamento delle stesse tanto che le istituzioni comunitarie si sono fatte carico di proporre piani d’azione in grado di far assumere agli sforzi organizzativi compiuti in modo frammentario ed a livello nazionale una dimensione unitaria, anche in vista di una più incisiva attuazione delle politiche comuni in materia giudiziaria, anche per consentire agli Stati membri la condivisione delle informazioni utili relative al settore penale e civile, in particolare attraverso l’utilizzo di peculiari procedure, consentendo così anche una più rapida ed agevole la consultazione della stratificata documentazione informatica dei vari appartai amministrativi a supporto delle magistrature dei singoli Stati membri.



 

Le Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (TIC) nello sviluppo della Società dell’informazione europea

L’ambito dell’Information Technology e con esso l’intero sistema delle telecomunicazioni e dei media, ha registrato una crescita esponenziale che sta determinando il vero avvento della Società globale dell’informazione, con il conseguente abbattimento delle barriere che contraddistinguono e dividono settori un tempo eterogenei e con discipline giuridiche diverse. Sino ad oggi, le tlc e la radiotelevisione hanno fornito servizi che, almeno prima della graduale liberalizzazione delle tlc, sono stati distribuiti da distinti service providers che, nel contempo, godevano di diritti esclusivi per l’impianto e la gestione delle diverse infrastrutture necessarie per la loro trasmissione (network providers).

La tecnologia e la competizione internazionale agiscono in maniera congiunta per moltiplicare l’efficienza della diffusione di conoscenze e, con ciò, migliorare la produttività del sistema economico e aumentare la produzione della ricchezza. La tecnologia registra progressi sia nel nucleo stesso dell’elaborazione di conoscenza, sia nell’efficienza delle reti che trasportano informazioni e che permettono di scambiarle al di là dei vincoli materiali.

Le evidenti peculiarità tecnologiche, che hanno diversamente connotato l’informatica, distinguendola dalle telecomunicazioni e dalla radiotelevisione, in aggiunta a particolari finalità, hanno contribuito alla delineazione di regolamentazioni verticali separate per ambiti.

Per la natura degli interessi coinvolti, il settore radiotelevisivo si è contraddistinto per un incisivo controllo, puntualmente previsto dalle legislazioni nazionali, delle Autorità pubbliche, stemperatosi, negli anni, in sede giurisdizionale con necessari successivi interventi in sede legislativa per definire, in senso più ampio, la libertà di uso dei mezzi di diffusione del messaggio.

La netta distinzione tra l’informatica e le tlc, che si qualificano per la multifunzionalità, e la radiotelevisione, che si qualifica per il contenuto in relazione al quale si costruisce la disciplina del settore, ha, però, cominciato ad offuscarsi proprio a causa dell’avvento dei sistemi multimediali con tecnologia digitale con notevoli conseguenze sul piano normativo.

La prima conseguenza, forse la più importante, sembrerebbe essere quella della fine della lunga separazione tra i settori, dettata dall’esigenza di una loro integrazione o comunque di uno stretto coordinamento. Di qui la necessità di disciplinare le reti, che per ora solo teoricamente dovrebbero veicolare tutto, tenendo conto della loro multifunzionalità: nella nuova dimensione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione mutano le coordinate giuridiche che hanno sovrainteso ai diversi ambiti, poiché le fattispecie che si proporranno solleciteranno la ricerca a livello sovranazionale di moderni e aggiornati strumenti giuridici che, nel rispetto delle autonomie nazionali e delle libertà culturali, saranno in grado di fronteggiare i problemi posti dalle prospettive. In tutto il mondo le tecnologie dell’informazione stanno generando una nuova rivoluzione che si annuncia, fin d’ora, non meno importante e portatrice di conseguenze più significative di quelle dei secoli passati. In tal modo si “consente all’intelligenza umana di acquisire nuove capacità …(omissis)… cambiando il modo di lavorare e di vivere insieme” e comportando il sorgere della Società globale dell’informazione da cui trarranno beneficio economie, società e singoli individui per via dell’enorme potenziale dei nuovi servizi connessi alla produzione, al consumo, alla cultura e all’attività del tempo libero.

Certo è che se la realizzazione di tali obiettivi sembra oggi più vicina, grazie alla fitta rete di possibili interconnessioni tra diversi strumenti di trasmissione che costituiscono la struttura portante della GIS, ovvero la Infrastruttura Globale d’Informazione (GII), le istanze e le aspirazioni, fondamento della società così concepita non risultano una novità poiché preconizzate già con lo sviluppo della cibernetica.

L’identificazione di un network di network che veicoli qualsiasi tipo di contenuto, indipendentemente dal formato a cui appartenga e che permetta l’utilizzo di medesime tecnologie da parte di settori differenti definisce i contorni del fenomeno descrivibile come convergenza.

Se vi è un accordo sul potenziale tecnologico e sul nuovo conseguente approccio all’uso dei media, questo non esiste però a livello di agenda delle priorità nel legiferare. A fronte di chi ritiene che la comune infrastruttura per la trasmissione determinerà la confluenza degli attuali settori delle comunicazioni e dei media in genere in uno solo, annullando così le differenze, vi sono altri che sono convinti della necessità di una limitazione al processo di convergenza in modo che le peculiarità dei singoli settori coinvolti risultino sempre più evidenti.

La convergenza delle tecnologie scaturite dai progressi in materia di capacità di trasporto dell’informazione, rendono possibile la trasformazione delle reti in supporti interattivi, con le conseguenze giuridiche che una tale trasformazione può comportare.

L’emergere di nuove tipologie di reti fa sorgere nuove problematiche nel settore: non sempre è facile ricondurle a categorie già impiegate per la disciplina delle infrastrutture, evidenziando come la complessità delle questioni in campo appaia palese laddove il terminale ricevente è un apparecchio televisivo “intelligente” o un pc sofisticato. L’informatica applicata allo sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC), offre la possibilità di migliorare la libera circolazione delle idee attraverso la parola e l’immagine e può costituire un fattore determinante per lo sviluppo di una società fondata sul sapere. Il mercato interno consente ai prestatori di servizi informatici di sviluppare le proprie attività transfrontaliere ai fini di accrescere la competitività e di offrire ai consumatori e alle imprese nuove opportunità di scambiare informazioni e effettuare negozi per via elettronica in modo sicuro, indipendentemente dalle frontiere.



 

Le politiche dell’innovazione tecnologica nell’Unione europea

Da qualche anno le “politiche dell’innovazione” sono entrate a far parte del lessico che le istituzioni comunitarie utilizzano per orientare e giustificare una parte dei propri interventi di politica economica. È soltanto a partire dagli anni ’90 che le istituzioni comunitarie cominciano ad includere esplicitamente le “politiche dell’innovazione” nei loro documenti propositivi. Nel 1995, il Libro Verde sull’Innovazione fornisce una dichiarazione iniziale di intenti in questa direzione, seguito poi dal Primo Piano d’Azione per l’Innovazione in Europa (1996) che offre alcune indicazioni di “policy”.

Le azioni proposte dal Piano demarcano alcune linee di intervento che sono state confermate nei documenti successivi, su cui vale la pena soffermarsi brevemente. Esse vengono presentate come divise in tre gruppi a seconda che la loro finalità sia quella di “promuovere una cultura dell’innovazione”, di “predisporre un quadro favorevole all’innovazione” o di “articolare meglio ricerca e innovazione”.

Il primo gruppo comprende un insieme di proposte molto eterogeneo che raccoglie misure dirette all’ambito educativo e formativo, ad esempio si sollecitano azioni volte a stimolare la creatività e lo spirito d’impresa, ad incentivare la mobilità internazionale di studenti, ricercatori, insegnanti, lavoratori, a promuovere innovazioni organizzative nella gestione d’impresa e a sostenere la formazione dei manager, a promuovere l’innovazione nei servizi pubblici e nelle procedure amministrative pubbliche. Il secondo gruppo di proposte è anch’esso molto eterogeneo anche se maggiormente “strutturale”, comprendendo, ad esempio, azioni rivolte a facilitare le imprese che desiderano brevettare le proprie innovazioni, a semplificare le procedure amministrative soprattutto per le piccole imprese e gli “start-up, ad agevolare il finanziamento dell’innovazione, ad incentivare la spesa in “R&S” delle imprese tramite sgravi fiscali ed agevolazioni contabili. Il terzo gruppo di proposte è più specificamente rivolto a sostenere il passaggio “dalla ricerca all’innovazione”, sulla base dell’idea, spesso ripetuta nei documenti della Commissione che l’Unione Europea soffra di un “paradosso” tale per cui ad una performance soddisfacente nell’ambito della ricerca non si accompagna un’altrettanto soddisfacente performance innovativa, dove la pietra di paragone, in questo come in molti altri casi, sono gli Stati Uniti. Questo gruppo di proposte sollecita misure rivolte a supportare la ricerca portata avanti dalle imprese, ad intensificare la collaborazione tra ricerca, impresa e università, a rafforzare la capacità delle piccole imprese di “assorbire” innovazioni.

Un importante punto di riferimento nell’orientare le riflessioni delle istituzioni europee in materia di policy è stato il Consiglio Europeo di Lisbona (2000) le cui conclusioni hanno posto all’Unione obiettivi ambiziosi. La cosiddetta strategia di Lisbona2, come riferisce la Comunicazione COM(2000)567, richiede all’Unione di diventare entro il 2010 “l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, capace di una crescita economica sostenibile, con un sempre maggior numero di posti di lavoro migliori e una maggiore coesione sociale”. Con la strategia di Lisbona, l’innovazione sembra acquistare un peso rilevante nelle riflessioni delle istituzioni comunitarie: si sottolinea come il mantenimento e l’accrescimento della competitività delle imprese in un’economia globalizzata siano sempre più legati alla introduzione di nuovi prodotti e servizi da parte di queste ultime. Prosegue quindi la tendenza, già in atto da qualche tempo, a considerare le politiche dell’innovazione quali componenti fondamentali delle politiche d’impresa ed industriali, oltre ad essere uno degli obiettivi principali delle politiche della ricerca.

Come a molti noto, il Consiglio Europeo di Lisbona (2000) ha preso atto del fatto che l’Unione Europea si trova di fronte a una svolta discendente dalla globalizzazione e dalle sfide presentate dalla economia fondata sulla conoscenza. Per questo motivo l’Unione Europea ha pensato di adottare un obiettivo strategico forte, estremamente ambizioso: quello di fondare sulla conoscenza l’economia Europea e farla diventare, sostenendo l’occupazione e la coesione sociale, l’economia più competitiva e dinamica del mondo. Un cambiamento di tale portata richiede un programma di profonda modernizzazione dei sistemi di istruzione e di formazione, soprattutto delle discipline scientifiche e tecnologiche. Ma non solo: richiede una sinergia tra sistema pubblico e sistema privato e l’ottimizzazione delle risorse umane.

L’arringa elettronica. Il foro virtuale come strumento di trasparenza e doverosa pubblicita nell’attivita amministrativa di supporto all’esercizio del potere giurisdizionale

Per l’esercizio della giustizia l’avvocato, investito delle questioni dai cittadini interessati ad ottenere la tutela dei loro diritti, individua le norme di diritto applicabili al caso concreto e, svolta l’attività di ricerca e di studio, compie la prima attività di rilievo, esterno, consistente nella redazione dell’atto cartaceo e nel passaggio dello stesso all’ufficiale giudiziario che, certificandolo, lo notifica. Quindi segue l’attività di iscrizione della causa a ruolo, il deposito degli atti e dei documenti nonché la consultazione, in cancelleria, del fascicolo della causa che sarà trattata alle udienze dinanzi al magistrato designato in base alla programmazione tabellare. Questo sistema risulta appesantito, poi, dalla possibilità di depositare memorie, note di udienza, comparse, deduzioni istruttorie, processo verbale e quant’altro. Tutte queste attività devono essere, peraltro, compiute entro precisi termini, il mancato rispetto dei quali viene, talvolta, sanzionato con la nullità degli atti che, per di più, in quanto scritti, finiscono per immobilizzare un processo previsto come sostanzialmente orale. L’attuale sistema esalta pertanto il metodo di lavoro basato sul riscontro cartaceo e si sostanzia nella raffinata, e a volte sofferta, redazione di atti scritti, da parte dell’avvocato, nell’esame, da parte del giudice, delle opposte questioni giuridiche prospettate, nell’attività di comunicazione da parte della cancelleria e, infine, nell’attività di certificazione della notifica degli atti da parte dell’ufficiale giudiziario. Nell’attuale sistema, quindi, ogni operatore del processo compie la sua attività nel completo isolamento, senza interagire con le altre parti del processo. L’interazione avviene solo nel successivo momento dell’udienza di trattazione della causa o del compimento dell’atto istruttorio. Quindi buona parte della disorganizzazione attuale della macchina giudiziaria deriva proprio da questo metodo di lavoro intorno al “fascicolo” , dove l’assenza di un unico documento, immediatamente consultabile da parte di tutti gli operatori, è fonte, spesso, di errori che influiscono sul ritardo e sulla decisione delle cause. Il “fascicolo elettronico”, in quanto immediatamente accessibile a tutti gli operatori del processo, consentirà appunto agli avvocati, al giudice, al personale di cancelleria, all’ufficiale giudiziario di interagire, attraverso ricerche incrociate, con quale benefico effetto sulla speditezza e sulla qualità del lavoro delle professioni legali è facile immaginare. Ciò spiega perché i vantaggi derivanti dallo sviluppo dell’e-justice, termine con il quale si indica la valorizzazione dell’utilizzo degli strumenti informatici nel settore della giustizia, sono stati percepiti già da tempo e precisamente dagli anni Novanta, periodo in cui le modifiche indotte dalla telematica sulle modalità di produzione e distribuzione di documenti informatizzati hanno indotto a concentrare gli sforzi in questa direzione. La possibilità di comunicare con qualunque altro computer connesso all’interno di un sistema aperto, quello di internet, ha contribuito a sdoganare l’idea che potessero essere costruiti processi di coordinamento fra i principali soggetti fornitori di dati rilevanti in vari ambiti. L’Unione Europea ha deciso, in tempi recenti, di puntare su questo tipo di progetto promuovendo il coordinamento di quelli avviati a livello locale nei diversi Paesi proponendo piani d’azione in grado di far assumere agli sforzi organizzativi compiuti in modo frammentario una dimensione unitaria. L’obiettivo ultimo è quello della creazione di un’unica piattaforma tecnica finalizzata a consentire a tutti gli Stati membri la condivisione delle informazioni utili relative al settore penale e civile, in particolare attraverso l’utilizzo di peculiari procedure, quali l’ordine di pagamento europeo e il mandato di arresto europeo, in una prospettiva nuova che renda possibile l’accesso, a tutti i cittadini, a servizi loro destinati ed a banche dati sempre più capienti in tempi rapidi con massimizzazione dell’efficienza e dei costi generali.

Le emittenti radiofoniche di strada (cd. radio street) fra libero uso di impianti ed illecito penale

Tribunale di Palermo, Sezione GIP, Ordinanza di archiviazione 

Il giudice dottoressa Maria Pino, esaminati gli atti del procedimento indicati in epigrafe nei confronti di M.G., nato a XXXX, il XXX, sottoposto a indagini in ordine al reato di cui all’art. 195 d.P.R. n. 156/73; vista la richiesta di archiviazione avanzata del P.M. in data XX aprile 2006; in esito all’udienza in camera di consiglio in data XX dicembre 2006, sciogliendo la riserva; ritenuto che deve essere disposta l’archiviazione del procedimento; rilevato che la relazione di consulenza tecnica prodotta dalla difesa dà contezza della bassissima potenza del segnale emesso dai disposti di trasmissione di “Radio Mouse”, nonché, l’utilizzo da parte di detta emittente, di frequenze in “cono d’ombra”; che, conclusivamente, il tecnico di parte esclude che il segnale suddetto abbia interferito con i segnali di altissima potenza emessi dalle antenne a traliccio delle radio locali o dei network nazionali; che i dati evidenziati e le considerazioni tecniche svolte inducono a ritener fondata la prospettazione difensiva; che in particolare nella fattispecie deve ritenersi applicabile di cui all’art. 105 D.Lgs. n. 250/03, trattandosi di dispositivo a corto raggio, come tale di “libero uso” P.Q.M. Visto l’art. 409 c.p.p.; dispone l’archiviazione del procedimento e ordina la restituzione degli atti al P.M.  Palermo, XX dicembre 2006 Il giudice per le indagini preliminari

L’evoluzione dei titoli autorizzatori per gli operatori di rete televisiva in tecnica digitale terrestre nel solco della disciplina delle comunicazioni elettroniche

Con l’art. 41 legge 1 agosto 2002 n. 1661 il Governo è stato delegato ad adottare “uno o più decreti legislativi, previa acquisizione dei pareri delle Commissioni parlamentari competenti” per dare luogo al riassetto delle disposizioni vigenti conseguenti “al recepimento delle direttive 2002/19/CE, 2002/20/CE, 2002/21/CE e 2002/22/CE; la volontà del legislatore traspare dal contenuto letterale della disposizione, ed, in particolare, gli ambiti di intervento appaiono quelli dell’istituzione di un quadro normativo comune per le reti ed i servizi di comunicazione elettronica, riguardo altresì le autorizzazioni per le reti e i servizi di comunicazione elettronica, nonché l’accesso alle reti di comunicazione elettronica e alle risorse correlate e l’interconnessione alle medesime, il servizio universale ed i diritti degli utenti e la sicurezza dei dati personali nelle comunicazioni elettroniche. Non si sono voluti così anticipare i tempi per il recepimento delle direttive comunitarie e quindi si è voluta seguire la procedura evidenziatasi con la legge 9 marzo 1989 n. 86 (cd. La Pergola), ma anzi in previsione di tale procedura si è voluto dar luogo ad una sorta di “adeguamento sistematico” della normativa vigente per il settore. Inoltre è stata attribuita al Governo la potestà di ridefinire il settore delle telecomunicazioni con l’adozione di un vero e proprio testo unico per il settore, che viene ad avere come requisito specifico sia la novità sia la razionalizzazione dell’esistente, esumandosi così nel contempo come innovativo ed informativo, laddove nel primo caso vi siano norme di rango regolamentare e nel secondo caso laddove vi siano norme di rango primario. Il complesso enunciato del secondo comma dell’art. 41 evidenzia però come il testo unico debba essere emesso sulla base di un conferimento della potestà legislativa mediante un esplicito atto di delegazione (del Parlamento a favore del Governo). La delega prescrivendo già con il primo comma il limite temporale di un anno, in ossequio a quanto previsto dall’art. 76 Cost., determina che il Governo non sia più solo legittimato ad emanare il t.u. ma che vi debba provvedere obbligatoriamente; viene così ad avere forza di legge facendo scaturire l’efficacia abrogativa delle norme previgenti (art. 15 disp. prel. cod. civ.) anche se il Legislatore non avesse previsto all’art. 41 comma 2 lett. d) legge n. 166 del 2002 l’abrogazione espressa di tutte le disposizioni incompatibili, “perché la nuova legge regola l’intera materia già regolata dalla legge anteriore”. Quindi per assurdo l’eventuale invalidazione globale del testo unico attualmente in preparazione disposta da una sentenza della Corte costituzionale ex art. 134 Cost.  determinerebbe la reviviscenza delle norme anteriori. Il testo unico in questione ha avuto carattere innovativo, unificando e sostituendo una pluralità di testi disciplinanti il settore; peraltro sia di natura legislativa che di natura regolamentare. Non ha potuto altresì costituire “una pura e semplice riunione di testi vigenti, ma importando sempre la sostituzione di una legge alle leggi precedenti” e di un regolamento a regolamenti precedenti, e comunque può continuarsi a chiamare “codice” nonostante la differenziazione del testo unico rispetto al codice stesso per una sorta di tradizione in tal senso consolidatasi nei decenni. Nell’adozione del testo unico il Governo si è dovuto attenere ad alcuni criteri che il Parlamento individua anche sulla stregua di consideranda delle direttive comunitarie che hanno definito nel corso dell’anno 2002 il settore delle tlc: a) garanzia di accesso al mercato con criteri di trasparenza, non discriminazione e proporzionalità; b) utilizzazione efficiente dello spettro  hertziano “anche attraverso l’attribuzione della facoltà di trasferimento del diritto d’uso delle radiofrequenze senza distorsioni della concorrenza; c) la previsione di procedure tempestive, non discriminatorie e trasparenti per la concessione del diritto di installazione di infrastrutture e ricorso alla condivisione delle strutture, anche con riferimento, ove compatibili, ai principi della legge 21 dicembre 2001 n. 443, secondo quanto previsto dall’art. 41 legge n. 166 del 2002; d) la riduzione dei termini per la conclusione dei procedimenti amministrativi, nonché la regolazione uniforme degli stessi procedimenti anche con riguardo a quelli relativi al rilascio di autorizzazioni per la installazione di reti mobili; e)  interoperabilità dei servizi in tecnica digitale; f) disciplina flessibile dell’accesso e dell’interconnessione con riguardo alle singole tipologie di servizi; g) garanzia della fornitura del servizio universale. Si è elaborato un testo unico che nel rispetto dei fini ha compreso però in un unico contesto e con le opportune evidenziazioni le disposizioni legislative regolamentari nelle varie materie indicate dalla stessa legge. Il legislatore, avendo stabilito che il testo unico comprendesse normative di diverso rango delle quali ciascuna manteneva la propria forza, si è discostato sensibilmente sia dalle previsioni dell’art. 20 legge n. 59 del 1997 che prevedeva l’emanazione di testi unici distinti per fonti primarie e secondarie, sia dai criteri seguiti dall’art. 2, comma 12, lett. g) legge n.127 del 1997 che tendeva a riportare a livello omogeneo norme provenienti da fonti di rango diverso. È però altresì vero che il legislatore sembra muoversi sulla stregua di quanto già previsto dall’art. 7 comma 2 legge 8 marzo 1999 n. 50 che prevede testi unici dotati della massima completezza per rendere disponibile in unico testo l’intera normativa legislativa e  regolamentare relativa ad una materia. Tuttavia “il metodo prescelto appare fortemente criticabile per ragioni così riassumibili: a) se la fonte del testo unico è il decreto legislativo ci si chiede come possano mantenere forza regolamentare disposizioni provenienti da uno o più regolamenti confluiti nel testo unico; b) se l’atto normativo di emanazione del testo unico è un decreto del Presidente della Repubblica non conseguente ad una delega legislativa, il testo unico non ha forza di legge né si sostituisce ai precedenti atti normativi”. Una volta emanato il testo unico legislativo l’art. 41 legge 1 agosto 2002 n. 166 prevede una sorta di delegificazione limitandola però alle “successive correzioni, modificazioni o integrazioni in futuro occorrenti, anche sulla base di direttive europee dell’applicazione della procedura prevista dall’art.17 comma 2 legge 23 agosto 1988 n. 400 con il parere delle Commissioni parlamentari competenti per materia”. Nonostante la procedura regolamentare prevista, tuttavia non possiamo non ricordare come la disciplina attraverso la legge avviene tramite un procedimento che ha come caratteristiche quelle della dialetticità e della pubblicità nel e del procedimento stesso, caratteristiche che invece sono assenti nel procedimento di formazione di un regolamento, poiché questo ha come sue caratteristiche la unilateralità e la non pubblicità. Infine la fonte di rango primario è sottoposta ad un sindacato di costituzionalità accentrato, le cui pronunce di accoglimento hanno effetto erga omnes e sono retroattive, mentre il sindacato di costituzionalità per le fonti secondarie è diffuso. La scelta effettuata da legislatore è comunque in linea con quella con una volontà del Parlamento manifestatasi in questi ultimi anni di delegificazione per gli interventi di “maquillage” normativo volto ad adeguare le norme all’evoluzione della tecnica ed alle scelte di politica industriale e della concorrenza assunte anche in ambito sopranazionale16, ma che tuttavia non può non sollevare problemi se come sembra paventarsi nel prosequio delle disposizioni dell’art. 41 legge n. 166 del 2002 la possibilità che un simile intervento possa toccare altresì ambiti attinenti gli illeciti amministrativi. Sicuramente il tempo e i successivi interventi normativi chiariranno la portata della norma, che tuttavia sembra dare adito ad un’apertura alla delegificazione altresì per ambiti per i quali in precedenza non si sarebbe paventato tale il ricorso a tale istituto. Tuttavia la forma di delegificazione scelta dal legislatore nel caso in specie può sollevare problemi se, come sembra evincersi dal prosieguo delle disposizioni dell’art. 41, essa si spinga fino a modificare ambiti attinenti gli illeciti amministrativi.