Le fake new delle fake news

È da molti mesi, ormai, che il tema delle fake news campeggia sulle prime pagine dei giornali come uno dei più gravi problemi della modernità. Le notizie che vengono divulgate attraverso internet, in tutto o in parte false, costituirebbero una minaccia per
la stessa tenuta democratica, in quanto sarebbero idonee ad orientare il consenso.
Nell’era della postmodernità si assisterebbe ad una sostituzione radicale della verità con la posterità.
Di qui un popolo allo sbando, vittima di capipopolo senza scrupoli, capaci di iniettare nella pubblica opinione qualsiasi notizia pur di acquisire il consenso e denigrare gli avversari.
La questione esiste ed è seria. Ma necessita di alcune precisazioni.
La storia è piena di informazioni false messe in giro per incidere sulla realtà. Per restare all’epoca più recente, chi non ricorda che i comunisti mangiavano i bambini e che Mosca aveva a sua volta addirittura messo in piedi una macchina organizzativa il cui
compito era appunto quello di fare “disinformatia” nella stessa Unione Sovietica e nei paesi occidentali?
Parlare, dunque, delle fake news come di un fenomeno nuovo, che per la prima volta nella storia dell’umanità ci fa assistere alla deformazione della verità per orientare la pubblica opinione ed il consenso elettorale, è del tutto errato.

Potenza e fragilita di Internet

Sono molti a ritenere che la globalizzazione deve la sua inarrestabile accelerazione ad internet. La rete ha consentito di frantumare, senza che fosse possibile articolare una qualsivoglia resistenza, tutte le residue barriere nazionali. E’ stata una galoppata trionfante, che trova la sua espressione visiva nel numero degli utenti, stimati nel 2015 in oltre tremiliardi e con un tasso di crescita esponenziale.
Alla potenza dello sviluppo internet accompagna una inaudita potenza nel disintegrare ogni possibile resistenza. Sia se essa venga da ostacoli di ordine burocratico e sia che essa venga da vincoli di carattere culturale. Internet riesce ad avanzare, inarrestabile, anche negli ambienti più difficili e meno ricettivi. Si tratta di un’avanzata che poggia non solo su di una evoluzione tecnologica, che sembra senza fine, e che ha ormai abituato a guardare al fenomeno senza più sorprendersi dei passi in avanti compiuti o prossimi, ma anche su di un’elaborazione culturale che ha fatto di internet un caposaldo, se non addirittura il caposaldo, della libertà individuale. Tanto che si è giunti ad affermare che il diritto di accesso ad internet vada collocato tra i diritti fondamentali della persona.
Bisogna, allora, chiedersi quale sia il segreto che ha sospinto questa tecnologia al centro dello sviluppo della società umana.

Il conflitto tra Amazon e gli Autori

La vicenda è stata riportata da tutti i quotidiani. Eccola in sintesi. Amazon, nell’ambito della trattativa con l’editore Hachette, ha manifestato l’intenzione di vendere tutti gli ebook al prezzo di 9,99 dollari l’uno. Hachette si è rifiutata, affermando che ogni titolo, come per l’edizione cartacea, avrebbe dovuto avere un prezzo differente. Rotta la trattativa, gli scrittori pubblicati da Hachette hanno lamentato di essere boicottati da Amazon. I loro titoli sarebbero spediti in ritardo, sarebbero meno visibili, non godrebbero delle forme di promozione, che sarebbero usate per il lancio di altri titoli.
Alla protesta degli Autori pubblicati da Hachette si sono rapidamente aggiunti tutti gli altri Autori e le loro associazioni, protestando contro la discriminazione, che Amazon avrebbe posto in essere. Amazon, quindi, nel suo ruolo di distributore dovrebbe astenersi da qualsiasi politica di vendita dannosa per gli Autori editi da case editrici, come Hachette, che non accettano le condizioni che la prima cerca di imporre. La questione è stata proposta come un attacco alla cultura letteraria, di cui sarebbero andate perse la libertà ed il pluralismo. La posizione quasi monopolistica di Amazon, difatti, avrebbe potuto agevolmente consentire a quest’ultima di espellere di fatto dal circuito dei lettori le opere degli Autori non allineati o editi da editori non allineati.

Finalmente una buona notizia in tema di diritto di autore!

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con una sentenza del 23 gennaio 2014, nella causa C-355/12, ha finalmente aperto una breccia nella cittadella fortificata del diritto di autore. Si tratta di una breccia di modesta entità, ma che ha un valore simbolico enorme, sia perché dà speranza alla lotta contro gli abusi del diritto di autore e sia perché colpisce l’aspetto meno accettabile di tali abusi. Quello connesso alla connessione tra tecnologia e diritto di autore.
La vulgata corrente, messa in campo dalle lobbie che sono attive in materia, racconta che la tecnologia reca continue insidie alla tutela del diritto di autore. È vero esattamente il contrario. La tecnologia è usata, in modo sempre più efficace, per creare mercati chiusi, privi di qualsiasi concorrenza, rispetto ai quali il diritto di autore è solo una foglia di fico.
Gli esempi sono numerosi e ciascuno di noi ne è vittima. Nella elettronica è invalso il sistema di dotare gli apparecchi di veri e propri filtri, i quali fanno “girare” sull’apparecchio solo i programmi ammessi dal costruttore.
Un tipico esempio è Apple, che consente di caricare sui propri dispositivi solo i programmi presenti sull’apple store.
Ne risulta un mercato fortemente irrigidito per molteplici motivi. Da un lato il possesso di un determinato dispositivo impone di usare solo i programmi ammessi dal costruttore del dispositivo. Dall’altro, una volta acquisito un patrimonio di programmi legati ad un dispositivo, diventa difficile cambiarlo in quanto ciò significherebbe rendere inutilizzabile l’insieme programmi già acquistati per quel dispositivo. Si creano, perciò, le condizioni per una fedeltà forzata che contraddice radicalmente la libertà del mercato. Al tempo stesso, il produttore dell’apparato si mette nelle condizioni di poter imporre il pagamento di royalties a chi
vuol vendere programmi che possano funzionare sui suoi apparati.
Si creano, in definitiva, tanti mercati paralleli, ciascuno dei quali segnato dal dominio incontrastato di un monopolista.

Il regolamento Agcom per la tutela del diritto di autore. Al di la di ogni immaginazione

L’Italia contende a Russia e Turchia il ruolo di imputato principale innanzi alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo.
Una delle cause determinanti è la lunghezza dei processi e la situazione di denegata giustizia che segna,
pressoché stabilmente, la condizione del cittadino italiano che voglia far valere un diritto. I crediti, siano essi commerciali o da lavoro, possono essere riscossi dopo lustri. Il risarcimento dei danni va, in genere, agli eredi degli aventi diritto. Le procedure amministrative sono interminabili, così come interminabile è il contenzioso che ne scaturisce. I processi penali, a loro volta, sono una morsa che uccide per asfissia colpevoli, innocenti e vittime, tutti insieme martirizzati da una lunghezza su cui neanche l’attuale disciplina della prescrizione è riuscita ad incidere.
Forse è per questi motivi che L’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha deciso di sottrarsi ai lacci ed ai lacciuoli del sistema costituzionale italiano, così da poter offrire alle multinazionali che vogliono far valere i loro diritti in un settore di competenza della stessa Autorità, quello del diritto di autore, una tutela rapida ed immediata.
Del resto, è tipico delle colonie preoccuparsi innanzitutto dei diritti dei colonizzatori e solo poi, ed eventualmente, della posizione dei propri abitanti.
Ne è un sintomo anche il linguaggio: è usato quello dei veri fruitori, mentre per il popolo, affinché non possa dire di non sapere, vi è una traduzione di cortesia.

Rivista n. 1 del 2007_Musica on line e tutela penale

La questione della ampiezza dell’intervento penale in materia di scambi musicali attraverso internet potrebbe essere ridotta ad una mera questione
interpretativa, legata alla lettera dell’art. 171 ter della legge del 2 aprile 1941, n. 633 (cd legge sul diritto d’autore).
Come è noto, la questione è balzata agli onori della cronaca, nei termini formalistici sopra indicati, a seguito della sentenza della III sezione penale della Corte di Cassazione, 9 gennaio 2007, n. 149.
La decisione ha escluso la sussistenza del reato di cui all’art. 171 ter della legge sul diritto d’autore nei casi in cui lo scambio di file musicali si collochi al di fuori di una attività economica da parte dell’autore del file. Questo perché con l’espressione “a fine di lucro” contenuta nella incriminazione deve intendersi “un fine di guadagno economicamente apprezzabile o di incremento patrimoniale da parte dell’autore del fatto, che non può identificarsi con qualsiasi vantaggio di altro genere”. La decisione è stata salutata, da molti, come un decisivo revirement giurisprudenziale, idoneo a segnare in modo definitivo la depenalizzazione dello scambio di file musicali al di fuori di una vera e propria attività lucrativa. Da parte di altri si è messo in rilievo che la decisione della Corte di Cassazione si riferisce ad una formulazione della norma incriminatrice ormai superata. Difatti, a seguito del d.l. 22 marzo 2004, n. 72, conv. con mod. in l. 21 maggio 2004, n. 128, le parole “a fini di lucro” sono state sostituite con le seguenti “per trarne profitto”.
In effetti, chiunque conosca la giurisprudenza della Corte di Cassazione in tema di abuso in atti di ufficio e di corruzione sa perfettamente che l’interpretazione giurisprudenziale della espressione “profitto” è amplissima, suscettibile di comprendere anche il piacere che può derivare dall’ascolto della musica.

L’intesa tra Francia e Google. Grande pompa per un misero risultato

Dopo tre mesi di negoziati è stato raggiunto un accordo tra lo Stato Francese e Google, il quale prevede che il colosso di Mountain View si impegni a versare sessanta milioni di euro ad un fondo, con il quale saranno finanziati progetti volti a facilitare la transizione della stampa verso il digitale. L’accordo prevede anche un partenariato commerciale, della durata di cinque anni, avente ad oggetto il supporto agli editori francesi affinché si sviluppino su internet, accrescendo i redditi online.

Riflessioni sul valore di Apple dopo la lite con Samsung

Vi sono alcuni dati numerici nella vicenda Apple e nell’esito nella controversia con Samsung, che consentono di percepire con immediatezza la realtà di quanto è successo, al di là di qualsiasi ragionamento articolato.
Samsung è stata condannata a pagare ad Apple, a titolo di risarcimento dei danni per alcune violazioni brevettuali, oltre un miliardo di dollari.
A sua volta, Apple ha registrato in borsa un valore da record: la sua capitalizzazione di mercato ha oltrepassato la soglia di 623 miliardi di dollari. Alcuni analisti prevedono, addirittura, che il valore di borsa di Apple potrà, in tempi piuttosto brevi, superare la soglia di mille miliardi.
Vi sono, per Apple, previsioni di forte crescita nei ricavi che, dai 207 miliardi nel 2012, potrebbero oltrepassare i 252 miliardi nel 2013. Bisogna, difatti, considerare che, a seguito della vittoria giudiziaria conseguita nei confronti di Samsung, tutti gli altri produttori di smart phone e di tablet potrebbero vedersi costretti a pagare diritti ad Apple, con conseguente aumento dei prezzi per i consumatori.
Si tratta, come appare evidente, di cifre da capogiro, delle quali finisce con l’essere addirittura impossibile per il comune cittadino pesare l’entità, in quanto si collocano al di là della barriera del comunemente percebile e del comunemente apprezzabile. È, indubbiamente, un risultato che segna un ulteriore trionfo, sia pure postumo, di Steve Jobs.
Tuttavia, proprio l’eccezionabilità delle cifre e la loro straordinaria lontananza, da una dimensione ragionevole e concretamente percebile dal cittadino comune, pone la questione della legittimità del fenomeno.

SOPA, PIPA, ACTA: l’attacco alla liberta su internet non ha soste

Negli Stati Uniti gli organi parlamentari hanno dato vita ad iniziative legislative volte a limitare la libertà su internet, e meglio note con gli acronimi Sopa e Pipa.

Anche in Italia vi è stato il tentativo di inserire una disciplina analoga nella cd. legge comunitaria, mediante un apposito emendamento. Ma questo tentativo non ha avuto buon esito.

E’ accaduto che i promotori hanno dovuto registrare una massiccia mobilitazione dell’opinione pubblica contraria; la conseguenza è stata un immediato abbandono di quelle iniziative.

Coloro che, sia negli Stati Uniti e sia in Italia, hanno tentato dei veri e propri blitz in sede parlamentare si sono mossi nella convinzione che il tema della libertà in internet riguardasse segmenti limitati della popolazione, senza invece immaginare l’ampiezza della reazione.

Forse, è stata sottovalutata la forza dell’opinione pubblica, la quale è sempre più consapevole che in gioco non sono solo gli spazi di libertà, ma la stessa organizzazione politica della società.