Le novita legislative gennaio 2015 aprile 2015

Sotto il profilo meramente organizzativo, in premessa va segnalata la delibera 628/14/CONS del 18 dicembre 2014 con la quale – nell’ambito della nuova organizzazione dell’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni – la stessa ha individuato gli uffici di secondo livello. L’obiettivo, esplicitamente indicato nelle premesse della delibera, è razionalizzare gli uffici attraverso l’individuazione di unità organizzative fortemente circoscritte e specializzate in modo da garantire un elevato livello qualitativo dei procedimenti.
Con la delibera, il segretariato generale, le direzioni ed i servizi dell’Autorità sono stati articolati in uffici. Si tratta di una riorganizzazione meramente interna della struttura dell’Autorità ma, comunque, attesa la rilevanza delle funzioni dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni nel settore di cui si occupa chi scrive e i lettori, la delibera, anche se con carattere di estrema sintesi, va segnalata.
Interessante è anche il procedimento avviato con la delibera 121/15/CONS dell’11 marzo 2015 con il quale l’Autorità ha avviato l’attività per la misurazione e la riduzione degli oneri amministrativi derivanti da obblighi informativi nelle materie affidate alla competenze dell’Autorità stessa. Si ricorda, infatti, che le imprese che operano nel settore hanno una serie di obblighi di comunicazione e di natura informativa che, spesso, in particolar modo nel passato, si sono sovrapposti anche a seguito del mancato coordinamento tra uffici diversi della stessa Autorità. La metodologia da adoperare per la misurazione degli oneri amministrativi è stata individuata nell’allegato alla delibera con un riferimento esplicito al SCM.

Disposizioni generali (Articoli 3,6,13)

Il Codice delle comunicazioni elettroniche approvato con il decreto legislativo 1 agosto 2003, n. 259, ha rappresentato, al tempo, una nuova frontiera per l’ordinamento italiano, per le istituzioni, spesso di recente costituzione. Operatori e cittadini messi a confronto in
una una complessa sfi da, anche culturale. Il decreto legislativo nasceva, allora, dalla necessità di recepire un pacchetto di direttive comunitarie in materia; e l’inusuale tempistica con cui il legislatore nazionale ha recepito il contenuto delle direttive è la prova concreta
dell’attenzione che fu posta alla definizione regolamentare di un nuovo contesto all’interno del quale far sviluppare le dinamiche concorrenziali nel comparto delle telecomunicazioni. Il Codice delle comunicazioni elettroniche è, comunque, figlio di un percorso che
già era stato delineato nel nostro sistema legislativo, con la privatizzazione della Telecom e con l’istituzione dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Il contesto giuridico, economico, sociale e culturale era perfetto per ritenere che il mercato, e con il mercato
anche la concorrenza, avrebbe creato sviluppo ed efficienza.

Le novita legislative del quadrimestre gennaio 2013 / aprile 2013

Il primo quadrimestre del 2013 è stato caratterizzato dal termine della quindicesima legislatura e, quindi, dall’inattività del Parlamento. Pertanto, nella rubrica di questo numero l’attenzione verrà concentrata principalmente sulle attività del periodo
delle Autorità amministrative e sulla produzione legislativa dell’Unione e del Consiglio d’Europa. D’altronde, il nuovo assetto istituzionale che, di fatto, delega un’importante parte dell’attività di regolamentazione alle Autorità amministrative indipendenti determina un flusso di produzione normativa, di secondo livello, costante.
In presenza delle competizioni elettorali e della grandissima attenzione posta all’esigenza che le stesse avvenissero in un quadro di corretta rappresentazione mediatica delle diverse espressioni politiche in cui il Paese si riconosce, anzi si divide, una importante attività dell’Autorità è stata riferita al rispetto delle disposizioni in materia di par condicio.
La regolamentazione di dettaglio relativa alle singole competizioni elettorali è stata, come al solito, rimessa alle delibere di attuazione della legge 22 febbraio 2000, n. 28 come modificata dalla legge 6 novembre 2002, n. 3131.
Le delibere che disciplinano il tema della comunicazione politica in campagna elettorale sono, nella sostanza, invariate nella regolamentazione specifica e, pertanto, un commento in questa rubrica sembra ridondante rispetto alle finalità della stessa.
Vanno, invece, segnalate le tre delibere n. 14/13/CONS, 33/13/CONS e 70/30/CONS con le quali l’Autorità ha deliberato dei richiami formali al riequilibrio dell’informazione politica durante, rispettivamente, la prima e la seconda fase della campagna elettorale relative alle elezioni per la Camera dei Deputati e per il Senato. Le delibere prendono lo spunto dal provvedimento del 4 gennaio 2013 della Commissione parlamentare di vigilanza dei servizi radiotelevisivi e sono state adottate ai sensi dell’articolo 7 della Delibera n. 666/12/CONS che prevede che nel periodo di vigenza della delibera stessa i notiziari e tutti i programmi a contenuto informativo si debbano conformare ai principi di tutela del pluralismo, dell’imparzialità, dell’indipendenza, dell’obiettività e dell’apertura alle diverse forme politiche. Le Delibere n. 14/13/CONS e n. 33/13/CONS, adottate come detto nella prima fase della campagna elettorale, alla luce dell’’analisi quantitativa degli squilibri tra i diversi partiti e leader politici che partecipavano alla competizione elettorale, contengono un richiamo generale ai quattro principali gruppi radiotelevisivi del Paese a provvedere ad un immediato riequilibrio dell’informazione politica tra tutti i soggetti. La successiva Delibera n. 70/13/CONS, invece, ha tenuto conto della complessità del rispetto della par condicio, in considerazione della numerosità delle liste che hanno presentato il proprio simbolo e delle necessarie distinzioni da operare rispetto alle rispettive coalizioni, prevedendo che i programmi d’informazione diffusi dalle emittenti radiotelevisive nazionali, pubbliche e private, quali i telegiornali, i giornali radio, i notiziari e ogni altro programma di contenuto informativo, nei quali assumesse carattere rilevante l’esposizione di opinioni e valutazioni politiche, dovessero assicurare nella seconda fase della campagne elettorale la presenza di tutte le coalizioni e di tutte le liste di candidati presentate con il medesimo simbolo in tanti ambiti territoriali da interessare almeno un quarto degli elettori e delle minoranze linguistiche, al fine di assicurare la parità di trattamento tra i soggetti politici competitori e l’equa  rappresentazione di tutti i temi elettorali per favorire la libera formazione delle opinioni dei lettori. La medesima delibera ha, poi, individuato i criteri cui i mezzi di comunicazione di  massa si sono dovuti adeguare. In particolare, premessa la necessità di garantire l’autonomia editoriale alle singole testate giornalistiche e, quindi, di non procedere ad una ripartizione matematica dei tempi a disposizione delle singole forze politiche, l’Autorità ha ritenuto che la parità di trattamento andasse garantita tra le forze politiche con riferimento al grado di rappresentanza parlamentare dei soggetti politici presenti nel Parlamento uscente, tenendo, però, conto anche dei soggetti privi di rappresentanza parlamentare ma che stessero presentando o avessero presentato le liste. Inoltre, proprio in base alla legge elettorale che ha favorito le coalizioni di liste, a queste ultime occorre dare prevalenza nella messa a disposizione degli spazi per la comunicazione  politica, ferma rimanendo la necessità di garantire alle singole liste l’adeguata visibilità; rimangono, chiaramente, come criteri generali quelli dell’obiettività, della completezza, dell’imparzialità e dell’equità.

Supplemento n. 1 del 2009_Stati generali dell’editoria in Francia

La pubblicazione integrale dei risultati degli “Stati generali dell’editoria in Francia” rientra nel progetto editoriale di questa rivista, da sempre attenta a quanto accade negli altri Paesi. A titolo esemplificativo, circa due anni fa, pubblicammo una ricerca sul sistema di sostegno all’editoria negli altri Paesi dell’Unione Europea; ed in ogni numero è pubblicato un bollettino di giurisprudenza comunitaria che consente ai nostri lettori di essere aggiornati circa le decisioni assunte all’interno dell’Unione.
In Italia si sta parlando da tempo della convocazione degli “Stati generali dell’editoria”. Un’iniziativa analoga a quella francese. Dalla lettura del rapporto emergono forti analogie tra la realtà italiana e quella d’oltralpe; e, dal momento che la crisi dell’editoria italiana si accompagna all’assenza di studi ed analisi attendibili del settore, i risultati francesi potrebbero fornire alcuni spunti al Governo ed al Legislatore per affrontare il tema della riforma dell’editoria. Negli ultimi anni il dibattito italiano si è concentrato unicamente sul sistema di sostegno pubblico, senza tenere conto che la legge che regola il settore è del 1981; parliamo, quindi, di circa 30 anni fa: la televisione commerciale muoveva i primi passi, Internet era materia per militari. Quegli anni sono stati per il settore dell’editoria un’era geologica. La crisi attuale, l’assenza di un modello di business definito su internet sono solo alcuni dei fattori che mettono a rischio oggi l’intero sistema. Ma occorre dire che una buona legge, quale
è stata la n. 416 del 1981, ha consentito, per tutti questi anni, di garantire al Paese un sistema di informazione a mezzo stampa pluralistico. Ne è testimonianza il grande numero di quotidiani (oltre 120) e di periodici (oltre 4.000).
Ma le leggi, anche se buone, possono divenire obsolete. Si aggiunga che, in materia, si sono registrate frequenti modifiche, che, non coordinate tra loro e non sempre coerenti con l’impianto originario, hanno fatto perdere ogni carattere di sistematicità alla disciplina.
Mentre venivano annunciati, come detto, gli Stati generali dell’editoria in Italia, nel testo del decreto legge 30 dicembre 2008, n. 2074, è stata approvata una norma che riduce l’obbligo di trasparenza delle imprese editrici di quotidiani. E’ vero che non ha senso un livello di controllo degli assetti superiore per le imprese editrici di quotidiani rispetto agli operatori delle tlc e all’emittenza radiotelevisiva. Ma un intervento così significativo avrebbe richiesto una riflessione sull’impianto generale della disciplina in tema di editoria e di imprese dell’audiovisivo e delle tlc; per andare veramente verso un sistema convergente. Cambiare uno dei passaggi fondamentali della legge 5 agosto 1981, n. 416 per adattare, con un decreto legge su cui è stata posta la fiducia, la disciplina al nuovo assetto di una società editrice è testimone dell’assenza di attenzione al tema.

Le novita legislative del semestre luglio 2012/dicembre 2012

In questo lavoro verrà monitorata l’attività legislativa e regolamentare che si è realizzata nel corso del secondo semestre dell’anno appena trascorso.

In premessa è necessario evidenziare che il termine della legislatura, di poco anticipato rispetto alla scadenza naturale, a seguito del ritiro della fiducia da parte del principale partito italiano al Governo presieduto dal Senatore Monti, ha ratificato l’incapacità del Parlamento di approvare alcune riforme che il Paese attendeva.

In realtà, fatta eccezione per la legge in tema di equo compenso, di cui  si tratterà con il consueto carattere di sinteticità nella sezione dedicata al lavoro giornalistico, non vi è stata alcuna novità legislativa degna di segnalazione nel periodo di riferimento, a dimostrazione del divario che si è registrato nell’ambito dell’attività del Governo Monti tra riforme annunciate e realizzate.

Le novita legislative del quadrimestre marzo 2012/giugno 2012

Il quadrimestre in oggetto è stato sicuramente caratterizzato da quattro elementi:la scadenza del mandato delle Autorità presiedute da Calabrò e da Pizzetti e le polemiche sulle nomine dei nuovi componenti; la decisione definitiva di assegnare le frequenze ricavate dal passaggio al digitale terrestre con un meccanismo di asta, abbandonando definitivamente i criteri che erano stati alla base del meccanismo del beauty contest; l’approvazione del decreto 18 maggio 2012, n. 63 che ha modificato i criteri di accesso ai contributi all’editoria; l’approvazione del decreto legislativo 28 maggio 2012, n. 70, che ha sostanzialmente modificato il codice delle comunicazioni elettroniche.

Naturalmente, non è mancata la consueta attività legislativa e regolamentare di contorno.

Il tutto è avvenuto nel quadro generale della grande crisi che non finisce mai, che poi nei fatti sta diventando la grande ed unica protagonista del mercato, definendone gli scenari. E da tale angolo visuale, e sotto questa lente, andrà letta la rubrica di questo quadrimestre, soprattutto alla luce dell’assenza di vere misure di politica economica volte a decidere il futuro per il settore della comunicazione. E si, è così, perchè l’attività regolarmente pura, ossessiva, quella di Calabrò, definisce i contorni e le regole del mercato. Ma il mercato lo fanno gli operatori, la legge della domanda e dell’offerta, ed è necessario che ci siano i reali presupposti perchè la sfida competitiva si realizzi nella sostanza e non solo nelle dichiarazioni di intenti. L’innovazione è diventata uno slogan, ma la sostanza rimane una realtà basata sul mantenimento di privilegi, dove la stessa regolamentazione crea dei colli di bottiglia. E tutto rimane uguale a se stesso; come gli uomini che sono chiamati a decidere quale sarà il futuro della comunicazione nel nostro Paese, sia sotto il profilo industriale che sotto quello dell’accesso ad un’informazione differenziata.

Una sola valutazione che è di fatto. Il bilancio di fine mandato dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni non è stato scritto dai Commissari dell’Autorità o dai dirigenti della stessa, bensì è stato demandato alla Fondazione Bordoni, che è un braccio operativo del Ministero delle Comunicazioni.

Le novita legislative del quadrimestre novembre 2011/febbraio 2012

In questa rubrica vengono affrontate tutte le novità legislative del quadrimestre novembre 2011/febbraio 2012.

Nello specifico per il tema delle Telecomunicazioni vengono esaminate alcune delibere dell’Agcom: le delibera n. 720/11/CONS, n.147/11/CONS, n. 678/11/CONS, n. 1/12/CONS, n. 731/11/CONS, n. 597/11/CONS, e il decreto legislativo 4 marzo 2010 n. 28.

Per l’audiovisivo si esaminano il decreto legge 6 dicembre 2011, n. 211 convertito con modificazioni dalla legge 22 dicembre 2011 n. 214.

Per l’editoria si analizzano il decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201 convertito, con modificazioni dalla legge 22 dicembre 2011 n.214, il decreto legge 29 dicembre 2011 n. 216 convertito con modificazioni dalla legge 24 febbraio 2012 n. 14 e il decreto legge 24 gennaio 2012 n. 1 convertito con modificazioni dalla legge 24 marzo 2012 n. 27.

In merito alla professione giornalistica si esamina il disegno di legge con Atto della Camera n. 3555.

Per il diritto d’autore si approfondiscono le delibere n. 680/11/CONS e la delibera n. 598/11/CONS e il decreto legge 24 gennaio 2012 n. convertito con modificazioni dalla legge 24 marzo 2012 n. 27.

F.I.L.E.

L’editoria italiana vive un momento di crisi profonda; probabilmente non è la peggiore, ma non è neanche una delle tante. Prima dell’avvento di Internet, l’informazione veniva fornita in modo standardizzato. Adesso lo sviluppo di nuove tecnologie e di nuovi supporti (telefonini, sms, podcast, social network come twitter e facebook, digitale terrestre, televisione satellitare) ha modificato, in maniera determinante, il contesto generale. Già in passato, il cinema, la radio, la televisione commerciale, in rigoroso ordine cronologico, erano sembrati competitori inarrivabili per la tradizionale, vecchia, obsoleta carta stampata. Alla fine degli anni ‘70 l’editoria italiana sembrava avviarsi verso un declino inarrestabile. Le nuove tecnologie di stampa richiedevano investimenti, per quei tempi, impressionanti; la necessità di escludere lo Stato dagli azionisti di  riferimento delle imprese richiedeva uno sforzo intellettuale che sembrava incredibile; ed il mercato non rispondeva adeguatamente. Al contempo la televisione commerciale iniziava a drenare una fetta importante delle risorse pubblicitarie. Fenomeno che non si è mai più arrestato; in special modo in Italia. Nel 1981, il legislatore ebbe il coraggio di indirizzare il settore con importanti azioni di politica economica. Venne proposta una legge di ampio respiro che, se da un lato apriva il settore dell’editoria al mercato, dall’altro lo proteggeva dalle dinamiche dello stesso, introducendo, nel nostro ordinamento, strumenti per l’epoca sofisticatissimi – le prime normative antitrust – oggi quasi desueti – i contributi pubblici. Ritengo che prima di affrontare il problema della crisi dell’editoria nella sua attualità, occorra partire dai risultati raggiunti con la legge del 5 agosto 1981, n. 416. Se l’intento di quest’ultima era quello di favorire la creazione, nella carta stampata, di un’offerta pluralistica e differenziata, il risultato è stato raggiunto. Lo dimostra l’elevato numero di imprese editrici di quotidiani in Italia: oltre 120, con più di 200 giornali editi. Eppure di questo nessuno parla. Come non si parla del deterioramento subito dalla legge, nel corso degli anni, attraverso modifiche continue, spinte dalla necessità di garantire il mantenimento di piccoli privilegi individuali e, contemporaneamente, contenere la spesa pubblica. Ma con quali risultati? Facciamo un esempio. La citata legge del 1981, al fine di fronteggiare le crisi aziendali aveva introdotto, nell’ordinamento italiano, la figura delle cooperative giornalistiche ovvero società formate da giornalisti e poligrafici che lavorano nelle imprese editrici. Nell’ipotesi di cessazione della testata, a queste società veniva garantito un diritto di prelazione sulla testata edita dall’impresa in difficoltà e l’accesso, immediato, ad un sistema di sostegno qualificato. Si cercava,in questo modo, di affermare la figura dell’editore puro. Eppure, in maniera sconcertante, con il decreto legge del 23 ottobre 1996, n. 545, convertito in legge 23 dicembre 1996, n. 650 questo sistema è stato vanificato ed oggi, per accedere ai suddetti contributi, la cooperativa giornalistica deve aver maturato, contemporaneamente, sia il requisito di anzianità di costituzione quanto quello di edizione di testata: ovvero deve attendere 5 anni! La ratio che aveva ispirato la configurazione giuridica delle cooperative giornalistiche è stata completamente sconvolta. Questa è una delle tante dimostrazioni della sciatteria con cui il legislatore è intervenuto nel settore negli ultimi, oramai, venti anni. La traccia proposta si delinea attraverso cinque punti: lo statuto dell’impresa editoriale; la definizione di prodotto editoriale; il problema della distribuzione; il futuro della professione del giornalista; il rapporto tra Stato, informazione e mercato.

I contributi all’editoria in italia

Dare un giudizio sul sistema italiano di sostegno all’editoria non è semplice. Comunque, è palese l’esigenza di provvedere ad una seria riforma complessiva che veda il sistema agevolativo come un corollario dell’impianto normativo e che non parta, invece, dal mantenimento del presente né dalle numerose istanze populiste e demagogiche che criticano i contributi senza conoscere la realtà di cui si parla. Un primo, oggettivo, limite che si riscontra è dato dall’eterogeneità del sistema e dall’incredibile grappolo di lacci e lacciuoli che non hanno alcuna ragione sistematica, se non quella di ipotizzare risparmi che raramente si sono realizzati. Ed in tale prospettiva si segnalano le conclusioni della prima parte dell’indagine conoscitiva dell’Autorità per la concorrenza e per il mercato la quale, su questo punto ha segnalato che: La prima considerazione che sorge dalla rassegna delle diverse tipologie di sostegno pubblico al settore dell’editoria è l’eterogeneità dei criteri e delle modalità di erogazione dei contributi, rispetto ai quali non è agevole individuare un disegno organico sottostante, orientato alla tutela del pluralismo. L’attuale assetto appare essere la risultante di una progressiva stratificazione di misure, aventi obiettivi non sempre convergenti e basate su parametri di attribuzione e quantificazione non univoci. Inoltre, alcune misure sono state attuate in maniera discontinua, rendendo disagevole una pianificazione di lungo periodo da parte delle attività delle imprese editoriali”. Appare palese che l’asimmetria della normativa esistente è derivata dall’assenza di riforme organiche e dal continuo intervento di natura sporadica su norme pensate e scritte circa vent’anni fa. Interventi spesso realizzati in leggi finanziarie, con richieste di voti di fiducia. Ed un primo aspetto che intendiamo affrontare è proprio questo. Il sostegno pubblico all’editoria è previsto dalla Costituzione e rappresenta una delle modalità di garanzia del pluralismo. Non è l’unica e non è detto che sia la migliore. Ma se lo Stato deve intervenire su questa materia lo deve fare con norme aventi carattere organico e che prescindano, per definizione, da tutele particolari e da possibilità di pressione sull’informazione da parte degli esecutivi. Il pluralismo per definizione non è materia delegabile, in alcun modo, agli esecutivi. A nostro avviso, i contributi pubblici sono pienamente legittimi quando sono erogati sulla base di una legge dello Stato, votata con piena consapevolezza dal Parlamento. Nel momento stesso in cui i Governi intervengono con strumenti normativi di natura  straordinaria, come il decreto legge, o la legge finanziaria, un sistema di garanzia della democrazia si trasforma in un sistema condizionabile e condizionato. Un’impresa editoriale deve sapere quale sia la normativa vigente e decidere la propria linea editoriale. Ciò è impossibile se esiste anche la sola ipotesi che il Governo possa modificare le norme, ad esempio con un decreto legge o in finanziaria, adducendo l’assenza di risorse. Il disegno di legge di riforma Levi non aveva, a nostro avviso, lo spessore di una legge di riforma ma rappresentava l’ennesimo tentativo di rimediare ad alcune incongruenze dell’attuale sistema, creandone di nuove. Una riforma della legislazione dell’editoria richiede, a nostro avviso, una riscrittura completa della legge n. 416 del 5 agosto 1981, alla luce anche della normativa in tema di fornitori di contenuti presente nella recente legislazione in tema di emittenza radiotelevisiva. Perché un altro problema è che in un quadro di convergenza, oramai realizzata sotto il profilo industriale, la stampa continua ad avere una disciplina a parte che determina un’asimmetria, a nostro avviso, del tutto ingiustificabile. A prescindere dal sistema di agevolazioni. Tornando al merito dei contributi riteniamo che attesal’esigenza di una riforma, la stessa debba essere fatta sulla base di una reale conoscenza del sistema sul quale si va ad intervenire. A nostro avviso, mancano analisi reali del comparto e valutazioni serie sugli effetti sia dell’attuale legislazione sul pluralismo che, in via previsionale, di eventuali modifiche legislative. In altri termini, si lavora sul sentito dire. Rileviamo, inoltre, che manca, sia nella normativa attuale che nel disegno di legge Levi, alcuna misura di sostegno rivolta a favorire le nuove iniziative. E l’assenza totale dell’editoria telematica tra i soggetti potenzialmente destinatari delle agevolazioni lascia, quantomeno, perplessi. Per non parlare della mancata applicazione dell’aliquota agevolata dell’Iva di cui abbiamo parlato. Sarebbe forse ora che in Parlamento si torni finalmente ad occuparsi seriamente di profili essenziali per la democrazia.