Cenni ad Europa ed imprese nel GDPR

La lettura del Regolamento 27 aprile 2016, n. 679 (General data protection regulation,
d’ora innanzi GDPR), adottato dal Parlamento e dal Consiglio UE, e che è oggetto di approfondita analisi nelle pagine che seguono di questo numero, stimola molte riflessioni: dalla nuova e crescente rilevanza che i dati individuali hanno acquisito a seguito dell’avvento di internet e di elaboratori elettronici dotati di una potenza di calcolo enorme e crescente, alla difficile ricerca di un equilibrio tra l’individuo e la dimensione della globalizzazione.
Vi sono due aspetti, tuttavia, che, in questa sede, pare opportuno considerare. Il primo attiene al ruolo dell’Unione Europea in questo momento storico. Il GDPR è volto a disciplinare una materia, quella della privacy, che già da tempo aveva costituito oggetto di interventi in sede europea (si vedano le direttive 95/46/CE; 2002/58/CE; 2009/136/CE). Lo strumento utilizzato, tuttavia, e cioè il regolamento, segnala una ulteriore espansione del diritto dell’Unione Europea. La sua diretta applicabilità a tutti i cittadini dell’Unione, sia pure mitigata dalla presenza di previsioni che lasciano un margine di autonomia ai singoli stati (si pensi ai considerando 13, 149 e 152), costituisce un ulteriore avanzamento nella creazione di un diritto comune a tutti i cittadini europei. Si tratta, a ben vedere, di un diritto, quello
europeo sia o no di diretta applicabilità, che sta permeando sempre di più le società europee, favorendo la costruzione di un sistema di regole, e perciò anche di valori e di diritti, omogeneo nell’ambito di tutta l’Unione.

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MC n. 1 -2017/2018

E’ uscito l’ultimo numero della rivista “MCDiritto ed economia dei mezzi di comunicazione”, pubblicazione quadrimestrale che, da oltre dieci anni contribuisce a mantenere vivo in ambito scientifico il dibattito sulle problematiche che investono il mondo della comunicazione e dell’informazione, confermandosi, anno dopo anno, strumento indispensabile di aggiornamento e di approfondimento per i professionisti, per gli operatori e per le istituzioni del settore.

Il numero si apre con l’editoriale del Prof. Astolfo Di Amato sul tema della crisi dell’informazione professionale, passando da un breve excursus che parte dalla fake news fino ad arrivare al concetto chiave della difesa del pluralismo e della libertà di informazione in un modo in cui i social ormai hanno il potere di indirizzare i consensi e l’opinione pubblica.

Di notevole rilevanza il contributo di Fabio Pompei e Alessandro Alongi su “Smart city e big data” che si pone come obiettivo quello di fornire gli strumenti necessari a valutare la capacità del servizio pubblico della città di Roma analizzando gli spostamenti della popolazione e monitorando le registrazioni dei telefoni cellulari attraverso il cambio delle celle.

L’attenzione poi si rivolge all’evoluzione della Data Economy e lo sviluppo dell’ecosistema digitale. Lo studio di Ciro Troise parte dai numeri della data economy alle nuove tendenze del data market fino ad arrivare agli aspetto regolatori normativi e ai nuovi scenari futuri.

Il lavoro di Laura Cervi “User generated content e informazione televisiva: opportunità e sfide” risalta i nuovi strumenti del giornalismo, la crisi, l’informazione televisiva e la contrapposizione di notizie televisive e internet.

Merita particolare attenzione inoltre il contributo di Vincenzo Maria Sbrescia su una rilettura della fasi di avvio della riforma delle Comunicazioni elettroniche, analizzando i processi di innovazione istituzionale e l’avvento dello Stato regolatore.

Più che attuale il contributo di Domenico Ferrara e Ciro Troise sul tema Tecnology Transfer e la Comunicazione della ricerca e delle innovazioni”, ed in particolare sull’inquadramento del trasferimento tecnologico, gli innovation ecosystem e sull’attività di comunicazione da parte delle università e degli UTT.

Nell’ambito delle rassegne di giurisprudenza commentata, a cura di Giuseppe Liucci è molto interessante il contributo sull’attività giornalistica e il rapporto di lavoro subordinato, nonché il rapporto tra gli spot pubblicitari e l’integrità del pubblico minore.

Nel numero in uscita trovano ampio spazio la consueta rubrica dedicata alle novità legislative curata da Enzo Ghionni e Paola Verrusio.

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Tecnology transfer e la comunicazione della ricerca e delle innovazioni

Ad oggi la comunicazione è un driver di strategica importanza per le università ed i relativi UTT. Date le molteplici finalità della comunicazione, su tutte la diffusione dei risultati della ricerca, un numero crescente di università sta adottando delle metodologie comunicative di larga diffusione che caratterizzano l’attuale scenario globale. Il contributo mira a fornire un quadro dell’attuale ecosistema dell’innovazione e le attività di technology transfer sempre più caratterizzate dalla presenza di azioni di comunicazione mirate. L’articolo è organizzato come segue: nel primo paragrafo viene fornito un inquadramento del trasferimento tecnologico mentre nel secondo vengono definiti ed analizzati i cosiddetti innovation ecosystems. Nel terzo paragrafo viene posto l’enfasi sull’attività di comunicazione da parte delle università e degli UTT. Comunicare i risultati della ricerca e le innovazioni rappresenta un’attività oramai rilevante per incrementarne le opportunità e l’impatto. L’ultimo paragrafo riporta le conclusioni del contributo.

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Comunicazioni elettroniche, processi di innovazione istituzionale e avvento dello Stato regolatore. A venti anni dall’istituzione dell’AGCOM, una rilettura delle fasi di avvio della riforma della governance di settore

Al fine di garantire il rispetto delle regole della concorrenza nel settore delle telecomunicazioni e di assicurare il pluralismo dell’informazione, fu istituita, venti anni orsono, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, prevista dalla Legge 31 luglio 1997, n. 249 di riforma del settore delle telecomunicazioni e della radiotelevisione. L’Autorità fu, effettivamente, resa operativa a partire dal marzo del 1998. L’idea del legislatore era di disegnare un’Amministrazione convergente, un’Istituzione capace di presidiare unitariamente il comparto allargato delle TLC e della radio tv e di guidare il processo di liberalizzazione avviato dal legislatore comunitarioSi mirava a cogliere le sfide derivanti dai processi di convergenza tra voci, immagini e dati, anche in linea con gli orientamenti e con i primi studi in corso a livello europeo in quella fase storica (siamo alla fine degli anni ’90), stavano orientando il legislatore comunitario verso la costruzione di un unico quadro regolatorio chiamato a disciplinare il comparto allargato delle comunicazioni elettroniche.  Anticipando i processi di convergenza tra la radiotelevisione, la telefonia e i sistemi informatici (e ponendosi verso “il diritto della convergenza”), il legislatore italiano volle definire un’Autorità della convergenza nelle comunicazioni ante litteram. Si riuscì, in questo modo, a configurare un modello istituzionale innovativo ed originale che ha rappresentato (e rappresenta tutt’ora) esso stesso un prezioso riferimento per i legislatori di altri Paesi, non solo europei. In occasione del ventennale dall’istituzione dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, appare doveroso ripercorrere, seppur sommariamente, i passaggi istituzionali e la sequenza legislativa che portò il legislatore a configurare la suddetta Amministrazione indipendente ed evidenziare, al contempo, i caratteri fisionomici che resero, particolarmente, innovativa l’AGCOM nel panorama delle Autorità amministrative indipendenti. A riguardo, va considerato che l’evoluzione del processo di trasformazione della governance di settore è molto complessa ed articolata. In questa sede, ci si limiterà a fare accenno ad alcuni passaggi salienti del predetto processo di trasformazione della governance del sistema delle comunicazioni. Ciò al fine di tentare di delineare una visione di contesto (e, quindi, necessariamente, sommaria ed incompleta) delle dinamiche politico-legislative che rimodularono i rapporti tra Stato e mercato ed incisero sull’assetto ordinamentale di comparto in quella particolare fase storica. Facendo un lungo passo indietro nel tempo è necessario precisare, anzitutto, il contesto storico, economico ed istituzionale da cui emerse l’esigenza di istituire una specifica amministrazione indipendente di regolazione e garanzia.

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User Genereted Content e Informazione televisiva: opportunità e sfide

Ogni grande invenzione tecnologica ha portato ad un cambiamento del paradigma comunicativo, tuttavia pochi momenti della storia dell’umanità sono stati così rivoluzionari, in termini di distribuzione dell’informazione e della conoscenza, come il periodo attuale.

Internet è emersa come una grande forza trasformatrice: il modello di comunicazione verticale e unidirezionale tipico della società industriale e dei mezzi di comunicazione di massa è stato rimpiazzato da un modello orizzontale e multidirezionale nel quale gli individui diventano prosumers, allo stesso tempo consumatori e produttori di informazioni.

Alex Bruns ha definito questo fenomeno “produsage. Questo neologismo sincratico definisce quegli utenti che, svincolandosi dal classico ruolo passivo, assumono un ruolo più attivo nel processo di creazione, produzione, distribuzione e consumo del bene che definisce la nostra società: l’informazione.

La diffusione capillare delle Rete, dei social network e delle diverse “piattaforme partecipative” rendono sempre più evidente che, mai come nel presente contesto storico, l’informazione è diventata un vero e proprio bene comune. L’informazione non è più competenza esclusiva di una “casta” di professionisti, ma coinvolge potenzialmente l’intera cittadinanza. Le nuove tecnologie hanno prodotto, dunque, un cambiamento nei rapporti di forza che ha trasformato i mercati dell’informazione, della comunicazione e della cultura: questo cambio di paradigma, che implica la democratizzazione dell’informazione, sta portando inesorabilmente alla democratizzazione del giornalismoLa tradizionale gerarchia fra il giornalista-emittente, insindacabile nei suoi modi e tempi di lavoro, e il cittadino-ricevente, relegato in una condizione passiva, è messa in discussione. Come già affermava Jenkins nel 2006, il pubblico, in qualche modo emancipato da queste nuove tecnologie, occupa uno spazio all’intersezione tra vecchi e nuovi media, e reclama il “diritto di partecipare alla cultura”, di interagire, dialogare e collaborare con i media, di verificarne la qualità del servizio, e infine di avere un ruolo attivo nei nuovi processi produttivi.

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L’evoluzione della Data Economy e lo sviluppo dell’Ecosistema Digitale: prospettive di un mercato in continua crescita e futuri scenari regolatori

L’attuale scenario mondiale è caratterizzato dalla presenza di una risorsa altamente diffusa e dal grande potenziale: i dati. La forte diffusione dei “data” rappresenta un fattore di forte riflessione per i regolatori e genera effetti per diverse tipologie di stakeholders. In questo lavoro viene fornito un quadro che prova a delineare le principali caratteristiche della “data economy” e il modo in cui essa sta avendo impatto nel contesto socio-economico internazionale, con le conseguenti ripercussioni sugli attori coinvolti nell’ecosistema. Il contributo è organizzato come segue: nel primo paragrafo viene definita la data economy attraverso la ricognizione delle principali definizioni presenti negli specifi studi sul topic (da parte di diversi autori, rappresentanti del settore o authority, e riportate in appositi report, journals, riviste e libri); il secondo paragrafo analizza i principali parametri identificativi del valore della data economy per rilevarne una quantificazione oggettiva, e presenta alcuni cenni alle tendenze del mercato di riferimento, ovvero il data market, in particolar modo quello europeo; il terzo paragrafo analizza l’ecosistema digitale e introduce i big data; di seguito sono esaminati e discussi i principali aspetti regolatori legati alla data economy, sia alla luce degli obiettivi dell’UE sia delle strategie delle authorities (Antitrust, Privacy, Agcom); infine sono riportate le conclusioni. Il fenomeno della data economy oramai ha assunto notevoli dimensioni e ha attirato l’attenzione dei principali governi ed istituzioni globali. I dati sono divenuti rapidamente una parte non trascurabile dell’ecosistema digitale mondiale, oltre che dei singoli paesi. In tale scenario è da tenere in assoluta considerazione l’aspetto legato alle “regole” del sistema e chi vigila su di esso, oltre che proprietà ed utilizzo dei dati.  Questo articolo rappresenta un primo lavoro, su una tematica alquanto delicata nonché dal forte impatto, in grado di dare un contributo ai lettori ad inquadrare l’evoluzione della data economy e gli scenari regolatori che andranno a delinearsi.

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Smart city e Big data: tecnologia e nuovi diritti

Il trasporto pubblico e la mobilità cittadina è orientata, nell’immediato futuro, a vivere grandi cambiamenti, in previsione dell’applicazione dei progressi tecnologici a tutte le componenti urbane. Scopo dell’elaborato è quello di valutare l’evoluzione delle dinamiche di incontro tra la domanda di servizio e la relativa offerta, grazie alle trasformazioni che le città subiranno grazie alle nuove tecnologie. Tale analisi richiede una necessaria quanto integrata valutazione di numerosi aspetti, non solo di natura spazio-temporale, ma anche giuridici, in un complesso di necessaria trasformazione del diritto alla luce dell’intrusività di talune componenti tecnologiche, da un lato indispensabili per il buon funzionamento delle città del futuro e, dall’altro, invasive e lesive dei diritti di cittadinanza ormai acquisiti.

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La crisi dell’informazione professionale. Perché

Il vicepresidente del Consiglio, Luigi Di Maio, ha attaccato frontalmente i giornali.
«Per fortuna – ha detto – ci siamo vaccinati anni fa dalle bufale, dalle fake news dei giornali e si stanno vaccinando anche tanti altri cittadini, tanto è vero che stanno morendo parecchi giornali tra cui quelli del Gruppo L’Espresso che, mi dispiace per i lavoratori, stanno addirittura avviando dei processi di esuberi al loro interno perché nessuno li legge più, perché ogni giorno passano il tempo ad alterare la realtà e non a raccontare la realtà». Le dichiarazioni di Di Maio fanno seguito ad alcune dichiarazioni del portavoce di Palazzo Chigi, che sembravano auspicare la chiusura,
per mancanza di lettori, delle testate non in linea con la politica del governo in carica.
Il sindacato dei giornalisti Fnsi ha reagito affermando: «Di Maio, come del resto buona parte del governo, sogna di cancellare ogni forma di pensiero critico e di dissenso, e si illude di poter imporre una narrazione dell’Italia lontana dalla realtà.
Auspicare la morte dei giornali non è degno di chi guida un Paese di solide tradizioni democratiche come è l’Italia, ma è tipico delle dittature».
In altri momenti, tuttavia, una posizione del genere da parte di esponenti del Governo avrebbe destato grande scandalo. Il tema sarebbe stato oggetto per settimane se non per mesi di analisi, puntualizzazioni, accuse e rettifiche. Si sarebbe discusso sui sacri principi della libertà di manifestazione del pensiero e sui rischi per la democrazia.
Ed il dibattito avrebbe coinvolto gran parte dell’opinione pubblica. Oggi, viceversa, la questione passa pressoché inosservata agli occhi del grande pubblico. Perché oggi non vi è scandalo? Perché la pubblica opinione non si appassiona più al tema della libertà di stampa ed a quello del pluralismo, come garanzia di democrazia? La risposta è che, ormai, si è verificata una rottura tra sentire comune ed informazione
professionale. Quest’ultima ha perso presa e credibilità. E, quindi, ha anche perso la disponibilità della pubblica opinione a considerarla un riferimento per formare le proprie opinioni ed i propri giudizi. Si tratta di una rottura profonda, che attraversa trasversalmente tutta la società.

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