Democrazia, libertà di espressione ed hate speech nell’era dei social network

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Con l’avvento della tecnologia e dei social network, i modi di comunicare e diffondere idee sono stati rivoluzionati e la pervasività delle reti digitali ha fatto sì che la libertà di espressione assumesse un ruolo quanto mai significativo, dal momento che qualsiasi individuo può partecipare, collettivamente o individualmente, connettendosi alla Rete, a discussioni, dibattiti e attività quotidiane indipendentemente dalla propria localizzazione geografica. Ciò ha incentivato la diffusione di espressioni e manifestazioni di odio (“hate speech”) che, indipendentemente dal contesto – virtuale o reale – in cui sono espresse, rappresentano ormai un problema globale. Ad oggi, non esiste ancora una definizione normativa universalmente accettata di hate speech e ciò a causa delle difficoltà legate al dibattito – giuridico, ma ancor prima politico-filosofico e culturale – su quali siano i confini della libertà di espressione. Il problema di valutare il rapporto tra il rispetto di tale libertà e il contrasto ai discorsi di odio è stato al centro di numerose sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, la quale si è ispirata principalmente alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali
(CEDU) – sottoscritta nel 1950 dagli Stati membri del Consiglio d’Europa – che all’art. 10 riconosce e garantisce ad ogni persona, indipendentemente dalla cittadinanza, dalla residenza o da qualsiasi altro aspetto, la libertà di opinione – intesa quale manifestazione del pensiero – e di informazione1. Tuttavia, l’art. 17 afferma che chi promuove valori in aperto contrasto con quelli della Convenzione non può poi appellarsi alla libertà di espressione che essa garantisce; ne consegue che, mentre alcuni casi ricadono espressamente
nel suddetto articolo, per altri è necessaria una valutazione più accurata dei vari diritti in gioco e delle misure prese dalle autorità nazionali per contrastare determinate affermazioni. A fornire una base comune alle diverse definizioni di hate speech è stato proprio il Consiglio d’Europa: nella Raccomandazione n. (97) 20 del 30 ottobre 19972, il termine hate speech indica “tutte le forme di espressione che diffondono, incitano, promuovono o giustificano odio, xenofobia, antisemitismo o altre forme di odio basate su intolleranza, includendo: intolleranza espressa con nazionalismo e etnocentrismo aggressivi, discriminazione e ostilità contro minoranze, migranti e persone di origine immigrata”. Nel 2006, il Protocollo Addizionale alla Convenzione sulla criminalità informatica sull’incriminazione di atti razzisti e xenofobici3, per la prima volta, ha imposto ai singoli Stati di criminalizzare le minacce e gli insulti rivolti attraverso un sistema informatico,
e ha perfezionato la definizione di hate speech, intendendo per esso “ogni materiale scritto, ogni immagine od ogni altra rappresentazione di idee o teorie, che sostengono, promuovono e incitano odio, discriminazione o violenza, contro ogni individuo o gruppo di individui, basato sulla razza, sul colore, sulla stirpe, sulle origini etniche o nazionali, così come sulla religione se utilizzata come pretesto per uno di questi fattori”.
L’hate speech si contrappone perciò inevitabilmente al sommo principio della libertà di manifestazione del pensiero, il quale non copre affermazioni e opinioni che inneggiano alla violenza e all’odio o che invocano la discriminazione razziale. Ciò impone a ciascuno
Stato di compiere una delicata opera di bilanciamento con altri principi democratici come l’uguaglianza, la libertà sessuale, la libertà religiosa, la dignità umana, l’ordine sociale, l’unità nazionale, e la protezione della reputazione e della rete.

L'autore

Federica Loffredo

Federica Loffredo ha conseguito la laurea magistrale con lode in Scienze politiche dell’Europa e strategie di sviluppo presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II nel 2017. Dopo aver frequentato un Master in Antitrust Law presso la Business School del Sole 24 Ore a Milano, nel 2018 ha svolto una stage semestrale presso la Direzione Legal & Regulatory Affairs di Sky Italia S.r.l., dove ha avuto modo di approfondire le tematiche legate al diritto della concorrenza e alla regolazione nel mercato dell’audiovisivo. Dal 2018 al 2019 ha maturato un’esperienza di praticantato annuale presso la Direzione Reti e Servizi di Comunicazioni Elettroniche dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni di Napoli, dove ha fornito supporto ad attività di risoluzione delle controversie tra operatori di comunicazioni elettroniche, analisi di mercato dei servizi di accesso alla rete fissa, attività di vigilanza e monitoraggio nell’ambito di procedimenti sanzionatori per violazione degli obblighi regolamentari.