nel numero 2 del 2013

Dimostrazione dell’illegittimita dell’editoria pirata un ragionamento e una parabola

Fabiana Cammarano

5,00

L’opera di seguito riportata si inserisce nell’accesa discussione circa la legittimità dell’editoria pirata di cui furono protagonisti illustri pensatori nella Germania del ‘700. Fichte scrive, nell’ottobre del 1791, “Dimostrazione dell’illegittimità dell’editoria pirata: un ragionamento e una parabola” per risponde alle idee esposte da Johann Albert Heinrich Reimarus. E l’opera, infatti, si articola cercando di sfaldare, una ad una, le affermazioni di Reimarus.
Johann Gottlieb Fichte, quale continuatore del pensiero di Kant, difende il diritto d’autore e il potere che l’autore ha sulla sua opera. Secondo Fichte il diritto morale e il diritto di utilizzazione economica sono strettamente connessi e la lesione dell’uno implica inevitabilmente quella dell’altro, mentre Reimarus vede la questione solo dal punto di vista dell’equità: l’interesse patrimoniale dell’autore arriva in secondo piano rispetto al bene comune.
Per Fichte in un libro ci sono due elementi: quello materiale che è rappresentato dalla carta stampata; e quello intellettuale; solo la proprietà del primo viene trasmessa con l’atto della vendita al compratore. Quest’ultimo, infatti, può leggere il libro ma anche prestarlo, rivenderlo e persino bruciarlo. Nessuno potrebbe impedirglielo.
Ma ciò che si desidera acquistare, quando si compra un libro, ciò che veramente interessa il lettore, è l’elemento intellettuale. Fichte dà assoluta preminenza alle facoltà morali del corpus mysticum, quell’elemento intellettuale che, a sua volta, può essere diviso di in altre due parti: «quella materiale, rappresentata dal contenuto del libro, dai pensieri che espone; e quella formale e cioè il modo in cui vengono esposti i pensieri, la connessione tra loro, le formule e le parole usate». «Il primo elemento non si trasmette con il semplice acquisto del libro». «Per appropriarsene serve una sola azione: dobbiamo leggere il libro, riflettere sul suo contenuto, considerarlo sotto diversi aspetti e infine accoglierlo nel nostro pensiero». Per Fichte i pensieri «non si trasmettono di mano in mano, non vengono pagati in denaro sonante, e nemmeno ci vengono trasmessi se portiamo a casa il libro che li contiene e lo mettiamo nella nostra biblioteca». Il diritto di proprietà dell’autore sul contenuto intellettuale del suo libro – «una cosa l’appropriazione della quale da parte di un altro sia fisicamente impossibile» – è, per Fichte, così esclusivo da portarlo a proibire qualsiasi forma di copia che non sia per uso strettamente personale.

Reimarus dà importanza al concetto di equità, egli sottolinea come, con l’editoria pirata, le idee potevano circolare di più e a buon mercato in modo da evitare gli abusi che, invece, si avevano in un sistema di monopolio.
Ma Reimarus ammette di non poter argomentare in termini di giustizia. Cosa che invece cerca di fare Fichte:
«Ma questo è sufficiente a far diventare diritto il torto? É lecito fare qualcosa di buono a qualcuno contro la sua volontà e il suo diritto? Quando ci sarà un interesse per l’idea del diritto puro, senza riguardi all’utilità?»
Per Reimarus l’interesse pubblico alla conoscenza prevale sull’interesse dell’autore, Fichte gli risponde con l’esempio della produzione di medicinali. Cosa succede se viene inventata una medicina portentosa e lo smercio viene affidato ad un unico farmacista? Quali sono i diritti del commerciante, quali quelli del chimico? E questi, quanto prevalgono sull’interesse della collettività ad avere la medicina a buon mercato e a trovarla anche in luoghi lontani dallo smercio del venditore autorizzato?

L'autore

Fabiana Cammarano