nel numero 3 del 2009

La distribuzione dei periodici nel canale edicola: la difficile convivenza tra mercato e informazione nella disciplina applicabile al settore

Piergiorgio Sposato

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La domanda che viene posta nel titolo di questo contributo, costituisce un interrogativo ormai all’ordine del giorno di qualsiasi ipotesi di riforma dell’editoria, e che “aleggia” tra le critiche della dottrina e le ambizioni di modifica del sistema della vendita della stampa in tutti gli interventi dedicati al settore dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato negli ultimi anni. Ovvero se la stampa sia un mercato come gli altri oppure debba essere inteso come qualcosa di diverso, cui assegnare una disciplina distinta e premiale rispetto agli altri mercati in funzione del diritto costituzionalmente realizzato. E ancora è corretto domandarsi come il comparto della distribuzione e della vendita della stampa – posta la propria funzione di attuatore materiale del concetto di pluralismo dell’informazione – debba essere inteso nel bilanciamento delle garanzie costituzionali di cui agli artt. 21 e 41 Cost. E infine, sempre nella peculiare dicotomia dei diritti costituzionali, è lecito chiedersi come debba atteggiarsi il rapporto tra la distribuzione, gravata di un obbligo a contrarre previsto dall’articolo 16 della legge 416/81 e gli altri attori del sistema a propria volta portatori di diritti costituzionalmente garantiti (quanto agli editori) ovvero gravati dall’obbligo alla parità di trattamento (come nel caso dei punti vendita esclusivi e non esclusivi). In un recente studio, è stata correttamente evidenziata l’assenza di un vero e proprio mercato nell’editoria periodica individuandone le cause – essenzialmente – nel regime delle provvidenze. Se il finanziamento, diretto e indiretto, non ha di certo agevolato la creazione di un mercato “dei lettori”, il vero limite è rappresentato – a parere di chi scrive e osserva il mercato distributivo – dai vincoli imposti normativamente alla distribuzione (art. 16 L. 416/81) e dall’obbligo di parità di trattamento gravante sulle rivendite (art. 5 D.Lgs 170/01), vincoli assolutamente incompatibili con un mercato in senso puro, impedendo al grossista e al dettagliante di scegliere il prodotto e di negoziarne lo sconto di vendita. Quindi, la domanda che è opportuno porsi non è se il finanziamento abbia o meno impedito la creazione di un mercato (perchè questo elemento rimane marginale nel quadro complessivo dell’economia di settore) ma se gli strumenti normativi adottati verso il canale della vendita – cioè distributori e rivenditori, che hanno da sempre negato l’esistenza stessa di un mercato di prodotto – siano o meno compatibili con le norme costituzionali e coerenti con le mutevoli istanze del mercato.

L'autore

Piergiorgio Sposato