nel numero 3 del 2011

La protezione dei minori in rete nelle prospettive dell’analisi del comportamento e della tutela tecnologica

Giovanni Crea

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l’interesse alla tutela dei minori nella loro esperienza con i media, affonda le sue radici nel monopolio radiotelevisivo e nella sua missione
di servizio pubblico. Al di là dei contributi pedagogici di alfabetizzazione dei cittadini nell’epoca post-bellica, il mezzo televisivo ha fatto
ben presto emergere le note questioni legate alla visione dei telespettatori in età evolutiva di taluni contenuti che potevano non attagliarsi
alle loro caratteristiche cognitive e al loro senso del pudore. A provare a porre rimedio a questa incompatibilità è stata la strutturazione della
programmazione giornaliera in fasce orarie e, in un’ottica di tutela positiva, l’introduzione di programmi destinati al pubblico non adulto.

Con riguardo a quest’ultimo aspetto, il Children’s television workshop è un esempio storico di iniziativa – risalente alla fine degli anni Sessanta negli Stati uniti – volta a utilizzare la televisione nell’interesse dei bambini. Le innovazioni tecnologiche riconducibili all’Information and communication technologies (Ict) hanno fornito un contributo rilevante in tal senso; l’incremento della capacità delle reti di telecomunicazioni che queste innovazioni hanno determinato, ha consentito alle imprese del settore c.d. dei “servizi di media audiovisivi”  di differenziare il loro bouquet includendovi anche canali destinati a un pubblico non adulto. Sul piano normativo, nel predetto settore – tenuta presente la distinzione tra servizi lineari e non lineari – la tutela dei minori è affidata a una disciplina «orizzontale», la cui efficacia è collegata alla facilità di  individuazione delle imprese che detengono il controllo dei contenuti e che, per questo, sono chiamate a rispondere della loro divulgazione.

L’identificazione del fornitore di contenuti si avvale dello strumento dell’autorizzazione che ne distingue sia la funzione rispetto ad altre attività
della filiera audiovisiva – il trasporto dei contenuti, per fare un esempio, che è svolto dall’operatore di rete – sia il profilo di responsabilità
(nel caso di specie, la responsabilità editoriale). L’avvento di Internet – e, più in generale, dell’Ict – al di là degli effetti economici tratteggiati
da una vasta letteratura, mostra non poche ombre sul fronte della tutela degli internet user non adulti. l’esposizione nella «grande rete» di questo segmento non è esente da rischi di contatto con contenuti, servizi e individui che possono pregiudicarne lo sviluppo. Al riguardo, rileva osservare come la logica «non proprietaria» della rete spiega taluni aspetti del suo sviluppo: globalità, facilità di accesso, opportunità per chiunque di immettere contenuti senza una preventiva autorizzazione, possibilità di mantenere l’anonimato. di qui, si intuisce come la combinazione di queste e altre caratteristiche sia alla base della proliferazione delle attività di produzione e pubblicazione di materiali audiovisivi e di lettura, i cui autori

possono anche restare anonimi; e, invero, l’inclinazione della rete all’anarchia pare trovare conferma proprio in tale pratica, a dispetto di qualsiasi ipotesi di regolamentazione. Sotto questo profilo, non va trascurato il fenomeno user generated content – diretta espressione di quella fase di evoluzione di Internet conosciuta come web 2.0 – che ha dato vita a una miriade di creatori e fornitori di contenuti la cui identificazione è operazione decisamente complessa; al riguardo, se pure l’attività di generazione «dal basso» dei contenuti non è di per sé illecita – e, anzi, segna il passaggio a una condizione idonea a garantire lo svolgimento della libertà di espressione – non vanno però sottaciuti i casi in cui vengono immessi in rete materiali che risultano nocivi per i minori. Un esempio del genere si annida nella vicenda Google vs. Vividown, più conosciuta per i profili di diffamazione e di trattamento illecito dei dati personali. Il (tristemente) noto video prodotto da alcuni studenti torinesi e da questi pubblicato attraverso il servizio “Google video”, ritraeva alcuni maltrattamenti compiuti da quegli studenti ai danni di un loro pari affetto da disabilità; non

v’è dubbio che, oltre a integrare i profili di violazione sopra richiamati, simili contenuti possano rivelarsi pregiudizievoli per lo sviluppo psicofisico degli utenti in età evolutiva. Questa e altre vicende, nel passato hanno posto la questione dell’attribuzione agli Internet service
provider della responsabilità per gli atti illeciti compiuti in Internet; questione che, per il target dei minori, è diventata giuridicamente rilevante
con la presenza in rete di materiali illegali, segnatamente di pornografia minorile. Di questo capitolo sappiamo che, prima dell’adozione
del digital Millennium Copyright Act negli Stati uniti e, sulla scia di questo, della direttiva europea sul commercio elettronico10, a fare le
spese degli illeciti compiuti da utenti sconosciuti, fornitori di contenuti, sono stati i provider intermedi; i giudici pensarono bene di spostare
su questi l’onere di farsi carico dei comportamenti di chi utilizzava le loro risorse informatiche.
Un siffatto approccio non ebbe tuttavia lunga vita; lo stesso fronte giudiziario, andando più a fondo sulle diverse funzioni che intervengono
nel processo di pubblicazione dei contenuti in rete, iniziò a interrogarsi sulla giustificazione dell’equiparazione ex ante delle attività
degli intermediari a quelle proprie di un editore e sulla capacità di controllo attribuibile ai prestatori che si limitano a svolgere attività
neutrali. le ipotesi di responsabilità per omesso controllo (direct liability) – derivata analogicamente dalla disciplina applicata al settore dell’editoria tradizionale – e di responsabilità concorsuale (contributory liability) non apparivano pacifiche e percorribili senza critiche; e ciò in
ragione delle reali difficoltà di monitoraggio dei contenuti dei messaggi, ascrivibili sia alla velocità di immissione e ricambio sia al volume degli
stessi sia, ancora, alle modalità con cui un servizio telematico è fornito. Il ridimensionamento dei profili di responsabilità apportato dai citati
provvedimenti – il cui perdurare avrebbe disincentivato l’iniziativa dei provider con intuibili ricadute sia sotto il profilo economico sia sul
versante della libertà di espressione – ha riproposto la questione della regolamentazione dei comportamenti in Internet. Sul fronte della tutela
dei minori, le politiche comunitarie di safer internet si sono appuntate sia su iniziative di contrasto al fenomeno della pedopornografia on
line14, finalizzate all’individuazione dei content provider (attivazione simulata di siti web e attività connesse condotte sotto copertura), sia su
programmi in cui sono state previste azioni volte, tra l’altro, a promuovere la collaborazione dei service provider (ben inteso, nel quadro
di responsabilità stabilito dal diritto comunitario) e delle imprese produttrici di Ict. Le attività di sensibilizzazione del pubblico, di alfabetizzazione
tecnologica (per ridurre il divario tra le generazioni dei minori e degli adulti) e di promozione della conoscenza dell’ambiente digitale dovranno fare il resto per dare una risposta efficace alle sfide poste da Internet alla protezione dei minori.

Le note che seguono affrontano il complesso tema della protezione dei minori nella rete ovvero, generalizzando, nella società dell’informazione.
In particolare, il contributo si propone di fornire alcuni elementi di riflessione sulla tutela dei soggetti in argomento in relazione ai cambiamenti
determinati dall’evoluzione tecnologica. Il rapporto della categoria dei minori con una società a connotazione Ict pone una questione di conflitto
– e dunque una necessità di bilanciamento – tra l’interesse alla loro protezione e la libertà di espressione manifestata attraverso contenuti che
possono intaccare il loro sviluppo, specie per gli aspetti comportamentali; l’argomento è trattato nel successivo paragrafo, in cui particolare rilievo viene dato al fattore tecnologico per la sua capacità di minimizzare la restrizione apportata alla libertà di espressione. Il terzo paragrafo descrive il ruolo della tecnologia nella protezione dei minori in una prospettiva di analisi del comportamento, scienza il cui scopo è la previsione e
il controllo del comportamento umano. Sotto questo profilo, la tecnologia viene descritta come una modalità di mediazione degli “stimoli digitali”
complementare alle analoghe attività svolte sia dall’«organismo» del minore, sia dai fattori umani esterni (familiari ed operatori) preposti alla sua educazione. la previsione dell’adozione di siffatte misure offre anche uno spunto per il dibattito sulla regolamentazione dei comportamenti
in rete; tema, questo, che è l’oggetto del quarto paragrafo, in cui viene delineata l’ipotesi di misure tecnologiche di tutela dei minori, possibilmente
inserendole come elemento costitutivo del software nella fase di progettazione (children protection by design). Il quinto paragrafo pone l’enfasi sul settore Ict e sul contributo che da esso può provenire per la concreta realizzazione di un regime di regolamentazione tecnologica;
al riguardo, è pacifico osservare come un approccio by design non possa prescindere dalla collaborazione delle imprese che operano nel settore,
che va guadagnata senza attribuire responsabilità e imporre obblighi – almeno sotto alcune condizioni – che potrebbero avere un effetto deterrente; sotto questo profilo, l’autoregolamentazione e la coregolamentazione appaiono strumenti giuridici preferibili perché fondati su un
ruolo attivo delle parti interessate e sul riconoscimento a esse della capacità di svolgere una funzione di regolamentazione dei loro stessi interessi,
in ragione dell’esperienza loro riconosciuta e dunque della rappresentatività del settore cui appartengono. Il lavoro si chiude con alcune riflessioni conclusive sull’opportunità di una tutela dei minori nella società dell’informazione che non sia solo di stampo law and technologies ma
che possa esplicarsi anche sotto il profilo educativo; in questa prospettiva, diritto, media education e Ict rappresentano gli elementi essenziali e
complementari di un modello di protezione dell’età evolutiva che integra le misure giuridiche tecnologiche, di stampo difensivo, con la tutela educativa di matrice positiva.

L'autore

Giovanni Crea

Economista, ha conseguito la laurea in Scienze Statistiche presso l’Università degli studi di Roma “La Sapienza” nel 1988. È docente di “Psicologia economica” presso l’Università Europea di Roma e insegna nel Master in “Comunicazione digitale e comunicazione in Rete” dell’Università Tor Vergata. È membro dell’Istituto Italiano per la Privacy ed è direttore della Collana “Diritto ed economia delle comunicazioni e dei media (Aracne editrice) e della Rivista “Diritto, economia e tecnologie della privacy”. È autore di numerose pubblicazioni scientifiche in tema di telecomunicazioni, consumatori e privacy.Dal 2005 collabora con la Rivista “Diritto ed economia dei mezzi di comunicazione”.