nel numero 1 del 2008

L’approccio dell’Unione europea allo sviluppo della societa dell’informazione

Sebastiano Faro

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La nozione di “società dell’informazione” ha iniziato ad essere utilizzata a livello accademico, politico ed economico a partire dalla fine degli anni Sessanta, spesso in relazione alla teoria economica della società postindustriale. Questa espressione (come pure quelle di “società in rete” e “società della conoscenza” che sono talvolta usate, anche se non del tutto correttamente, come suoi sinonimi) evoca, come è noto, il ruolo sempre maggiore che la creazione, la distribuzione ed il trattamento dell’informazione hanno acquistato nella realtà quotidiana ad ogni livello. In questo contesto hanno una sempre crescente rilevanza le c.d. tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Tic), intese come infrastrutture e soluzioni tecnologiche che consentono la raccolta, la conservazione, il trattamento, la trasmissione di informazioni –testo, immagini, suoni. Nel novero delle Tic sono ricompresi i settori dell’informatica, delle comunicazioni elettroniche e, sotto molti profili, dell’audiovisivo segnati da una stretta correlazione e da costanti evoluzioni tecnologiche che hanno un forte impatto sulla sfera economica e sociale (si pensi alla convergenza al digitale o alla banda larga). La realtà che questa nozione rappresenta ha acquistato un impulso decisivo con l’affermazione di Internet quale rete elettronica globale liberamente accessibile a tutti in ogni parte del mondo. L’infrastruttura ed i servizi di Internet sono, innanzitutto, nuovi mezzi di comunicazione che permettono ad ogni persona di accedere a qualsiasi informazione, in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento, oltre che in qualsiasi formato. Essi determinano, inoltre, nuove forme di esercizio dei diritti di cittadinanza, offrendo nuovi strumenti di conoscenza e di partecipazione all’azione amministrativa ed all’attività politica. Internet ha anche un utilizzo rilevante dal punto di vista economico-commerciale: consente l’affermarsi di nuovi modelli di organizzazione industriale, una diminuzione dei costi delle imprese e la creazione di nuovimercati. Il nuovo ruolo assunto dai beni immateriali e i nuovi modelli organizzativi delle imprese hanno fatto emergere l’ulteriore nozione di “nuova economia” (new economy). Questa espressione viene riferita principalmente all’insieme delle attività, delle aziende e degli investimenti basati in grandissima parte sulla rete Internet, con il conseguente sganciamento dallo spazio fisico all’interno del quale le imprese sono costituite e la possibilità di accesso ad un mercato globale (è questa la nuova realtà del commercio elettronico). Alla fine degli anni Novanta, nello sviluppo della nuova economia venivano riposte grandi speranze di progresso economico e sociale. La crescita rapida del settore delle Tic però ha causato sovrainvestimenti, sovraquotazione dei titoli borsistici, comparsa di modelli d’impresa non sostenibili che hanno in parte ridimensionato le prospettive iniziali. Nonostante questa battuta di arresto, le analisi “ottimistiche”, di gran lunga prevalenti, di questi fenomeni ritengono che lo sviluppo delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione e dei servizi ad esse connesse non possa che determinare un miglioramento dell’andamento dell’economia producendo maggiore crescita ed occupazione e un più ampio e diffuso benessere. Ulteriori vantaggi derivano dall’utilizzazione delle Tic da parte delle pubbliche amministrazioni per riformare la propria organizzazione, in termini di semplificazione e razionalizzazione, e per migliorare l’efficienza dei servizi prestati alle persone ed alla collettività. Alla luce di queste prospettive, per sfruttare il potenziale offerto dalle Tic è evidente la necessità di specifiche politiche pubbliche tese non solo (i) a gestire l’uso delle Tic nel settore pubblico (è il tema che sinteticamente viene definito come e-Government) ma anche, in un contesto più generale, (ii) a favorire lo sviluppo e l’innovazione delle Tic e della loro applicazione e diffusione (entrano in gioco, fra l’altro, politiche industriali, di sostegno della ricerca e di regolazione dei mercati); (iii) a favorire l’accesso dei cittadini alle Tic ed ai servizi fondati su di esse e la formazione al loro utilizzo (emerge in questo contesto, fra l’altro, il tema del servizio universale nelle comunicazioni elettroniche); (iv) ad accrescere la fiducia e la sicurezza nell’uso delle Tic (è tipicamente, ad esempio, il caso della regolazione dei servizi di accreditamento e di certificazione delle firme elettroniche); (v) a sviluppare la cooperazione internazionale (nate nei confini nazionali, queste politiche li hanno travalicati ben presto, richiamando l’attenzione di organizzazioni internazionali quali l’Ocse e l’Uit – Unione internazionale per le telecomunicazioni, che sostengono la necessità di un approccio ultrastale alla questione e la definizione di un quadro di cooperazione internazionale; il tema fra l’altro viene di recente inquadrato anche nell’ambito del fenomeno della globalizzazione come è accaduto nel Vertice mondiale sulla società dell’informazione svoltosi a Ginevra nel 2003 e a Tunisi nel 2005, organizzato dall’Onu e di cui l’Unione Europea è stata uno dei protagonisti). Al tempo stesso alle politiche pubbliche è affidato l’obiettivo di evitare o ridurre gli effetti negativi che possono collegarsi allo sviluppo delle Tic e delle loro applicazioni; il principale di questi effetti è il c.d. “digital divide” (divario digitale), cioè il rischio di esclusione dell’individuo o di intere aree geografiche legato all’impossibilità di accedere alle nuove tecnologie o all’incapacità di utilizzarle. Le politiche pubbliche per l’ingresso nella società dell’informazione cominciano ad essere sviluppate nel mondo a partire dagli anni Settanta (dapprima in Giappone, per l’elevato grado di sviluppo delle industrie del settore)  oscillando fra l’iniziale spinta ad una accentuata regolazione e la successiva tendenza alla liberalizzazione ed alla privatizzazione dei servizi fondati sulle Tic. L’Unione Europea, dal canto suo, ha iniziato a sviluppare una specifica politica relativa alla società dell’informazione a partire dalla metà degli anni Novanta, attribuendole ben presto una rilevanza notevole, segnata, fra l’altro, dalla creazione, in occasione della riforma della Commissione del 1999, di una direzione generale specificamente dedicata a questo settore. Di fatto, già poco tempo dopo l’apparizione del tema nell’agenda politica della Commissione, questa, in pieno accordo con le direttive del Consiglio europeo, ha individuato nella piena affermazione in Europa della società dell’informazione un obiettivo di grande portata simbolica per l’Unione, simile a quello del mercato interno o della moneta unica. Nell’ottica della Commissione, che è il vero motore delle iniziative europee in questo settore, la società dell’informazione ha importanti effetti trasversali su settori di attività prima indipendenti fra loro: ridisegna la natura delle attività economiche e sociali e ridefinisce le modalità di azione dei poteri pubblici e delle loro relazioni con i cittadini; l’Unione è interessata al suo pieno sviluppo perché confida di ottenerne benefici tali da determinare un deciso miglioramento delle condizioni di vita di tutti i cittadini europei. L’azione dell’Ue manca in realtà di una specifica base giuridica nei Trattati; essa costituisce, piuttosto, la somma di diverse competenze espressamente previste dal Trattato CE: quelle in materia di armonizzazione del mercato interno (art. 95), di disciplina della concorrenza (artt. 81 e 82) e di libertà di stabilimento e prestazione dei servizi (artt. 47 e 55) che fanno da base giuridica alla politica delle telecomunicazioni; quella in materia di ricerca e sostegno allo sviluppo  tecnologico (artt. 163-172); quella in materia di reti transeuropee nei settori dei trasporti, dell’energia e delle telecomunicazioni (artt. 154-156); quella, infine, relativa alla promozione della competitività dell’industria della Comunità (art. 157). Non c’è nessuna novità, sotto questo profilo, nel trattato di Lisbona, dove non è mai usata l’espressione “società dell’informazione” o altre equivalenti. La politica europea del settore si concretizza nell’orientare l’esercizio di tutte queste competenze e nel coordinare le diverse azioni intraprese su queste basi allo scopo di creare le condizioni migliori per lo sviluppo della società dell’informazione e per lo sfruttamento dei vantaggi da essa derivanti in termini di competitività dell’economia, di qualità dei servizi pubblici e di benessere dei cittadini. Lo sforzo della Commissione è inoltre quello di sostenere, nell’ambito di ciascuna politica comunitaria, lo sviluppo di tutti i profili legati all’uso delle Tic. Le politiche promosse in questo settore rappresentano peraltro un notevole banco di prova per l’applicazione di uno dei principi fondanti dell’attività dell’Unione Europea, cioè del principio di sussidiarietà, sia con riguardo al rapporto fra i vari livelli di governo, sia, soprattutto con riguardo al rapporto pubblico-privato per il fondamentale ruolo giocato dal settore privato nello sviluppo della società dell’informazione, con riferimento tanto alle industrie che operano nel campo delle nuove tecnologie quanto al coinvolgimento dell’intera società civile, in un processo di sviluppo fortemente connotato per i suoi risvolti sociali.

L'autore

Sebastiano Faro

Sebastiano Faro è primo ricercatore CNR. Ha conseguito la laurea in giurisprudenza nel 1992 e il dottorato di ricerca in diritto amministrativo nel 1999. Dal 2001 è in servizio presso l’ITTIG -Istituto di Teoria e Tecniche dell’Informazione Giuridica (Firenze), dove si occupa fra l’altro di diritto pubblico dell’informatica e di informatica giuridica (metodi e tecniche per la documentazione giuridica e per la progettazione di sistemi informativi giuridici e amministrativi; metodi e tecniche per l’analisi, la produzione e valutazione con strumenti elettronici degli atti giuridici; diritto e scienze sociali computazionali).Dal 1996 al 2005 è stato professore a contratto di Diritto pubblico comunitario e di Informatica giuridica, al Master in studi europei, presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Firenze. Negli anni 1998-2000 è stato professore a contratto di Diritto delle Comunità europee presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Lecce.Ha partecipato a vari progetti nazionali ed internazionali, fra cui NiR (Norme in Rete), promosso dal Ministero della Giustizia, in qualità di responsabile di varie unità operative, Caselex (Case law Exchange), SMART (Scalable Measures for Automated Recognition Technologies) e RESPECT (Rules. Expectations & Security through Privacy-Enhanced Convenient Technologies). Ha partecipato allo studio commissionato all’ITTIG dall’Ufficio delle pubblicazioni dell’Unione europea in tema di interoperabilità di cinque thesauri di interesse per l’Ue (Eurovoc, ECLAS, Thesaurus Unesco, Gemet e ETT – European Training Thesaurus). Ha partecipato al gruppo di lavoro che ha redatto la “Guida alla redazione degli atti amministrativi”. È stato coordinatore del progetto CARE (Citizens Consular Assistance Regulation in Europe), finanziato dallo Commissione europea (Fundamental Rights and Citizenship Programme). Dal 2001 è co-responsabile per gli aspetti giuridico-documentari della banca dati “DoGi – Dottrina Giuridica”, abstract di articoli pubblicati in riviste italiane.È vincitore di uno dei 100 premi riconosciuti a giovani ricercatori CNR per aver raggiunto nell’anno 2005 risultati innovativi di particolare eccellenza.Ha scritto saggi e curato volumi in tema, fra l’altro, di trattamento dei dati personali e tutela della persona, tutela del consumatore, informatizzazione dei flussi documentali della giustizia amministrativa, democrazia elettronica, accesso all’informazione giuridica, diritto e scienze sociali computazionali.È co-curatore della collana internazionale “Diritto Scienza Tecnologia” edita dalla ESI e condirettore della rivista internazionale “Informatica e diritto”.