nel numero 2 del 2010

Le politiche dell’innovazione tecnologica nell’Unione europea

Alfonso Contaldo

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Da qualche anno le “politiche dell’innovazione” sono entrate a far parte del lessico che le istituzioni comunitarie utilizzano per orientare e giustificare una parte dei propri interventi di politica economica. È soltanto a partire dagli anni ’90 che le istituzioni comunitarie cominciano ad includere esplicitamente le “politiche dell’innovazione” nei loro documenti propositivi. Nel 1995, il Libro Verde sull’Innovazione fornisce una dichiarazione iniziale di intenti in questa direzione, seguito poi dal Primo Piano d’Azione per l’Innovazione in Europa (1996) che offre alcune indicazioni di “policy”.

Le azioni proposte dal Piano demarcano alcune linee di intervento che sono state confermate nei documenti successivi, su cui vale la pena soffermarsi brevemente. Esse vengono presentate come divise in tre gruppi a seconda che la loro finalità sia quella di “promuovere una cultura dell’innovazione”, di “predisporre un quadro favorevole all’innovazione” o di “articolare meglio ricerca e innovazione”.

Il primo gruppo comprende un insieme di proposte molto eterogeneo che raccoglie misure dirette all’ambito educativo e formativo, ad esempio si sollecitano azioni volte a stimolare la creatività e lo spirito d’impresa, ad incentivare la mobilità internazionale di studenti, ricercatori, insegnanti, lavoratori, a promuovere innovazioni organizzative nella gestione d’impresa e a sostenere la formazione dei manager, a promuovere l’innovazione nei servizi pubblici e nelle procedure amministrative pubbliche. Il secondo gruppo di proposte è anch’esso molto eterogeneo anche se maggiormente “strutturale”, comprendendo, ad esempio, azioni rivolte a facilitare le imprese che desiderano brevettare le proprie innovazioni, a semplificare le procedure amministrative soprattutto per le piccole imprese e gli “start-up, ad agevolare il finanziamento dell’innovazione, ad incentivare la spesa in “R&S” delle imprese tramite sgravi fiscali ed agevolazioni contabili. Il terzo gruppo di proposte è più specificamente rivolto a sostenere il passaggio “dalla ricerca all’innovazione”, sulla base dell’idea, spesso ripetuta nei documenti della Commissione che l’Unione Europea soffra di un “paradosso” tale per cui ad una performance soddisfacente nell’ambito della ricerca non si accompagna un’altrettanto soddisfacente performance innovativa, dove la pietra di paragone, in questo come in molti altri casi, sono gli Stati Uniti. Questo gruppo di proposte sollecita misure rivolte a supportare la ricerca portata avanti dalle imprese, ad intensificare la collaborazione tra ricerca, impresa e università, a rafforzare la capacità delle piccole imprese di “assorbire” innovazioni.

Un importante punto di riferimento nell’orientare le riflessioni delle istituzioni europee in materia di policy è stato il Consiglio Europeo di Lisbona (2000) le cui conclusioni hanno posto all’Unione obiettivi ambiziosi. La cosiddetta strategia di Lisbona2, come riferisce la Comunicazione COM(2000)567, richiede all’Unione di diventare entro il 2010 “l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, capace di una crescita economica sostenibile, con un sempre maggior numero di posti di lavoro migliori e una maggiore coesione sociale”. Con la strategia di Lisbona, l’innovazione sembra acquistare un peso rilevante nelle riflessioni delle istituzioni comunitarie: si sottolinea come il mantenimento e l’accrescimento della competitività delle imprese in un’economia globalizzata siano sempre più legati alla introduzione di nuovi prodotti e servizi da parte di queste ultime. Prosegue quindi la tendenza, già in atto da qualche tempo, a considerare le politiche dell’innovazione quali componenti fondamentali delle politiche d’impresa ed industriali, oltre ad essere uno degli obiettivi principali delle politiche della ricerca.

Come a molti noto, il Consiglio Europeo di Lisbona (2000) ha preso atto del fatto che l’Unione Europea si trova di fronte a una svolta discendente dalla globalizzazione e dalle sfide presentate dalla economia fondata sulla conoscenza. Per questo motivo l’Unione Europea ha pensato di adottare un obiettivo strategico forte, estremamente ambizioso: quello di fondare sulla conoscenza l’economia Europea e farla diventare, sostenendo l’occupazione e la coesione sociale, l’economia più competitiva e dinamica del mondo. Un cambiamento di tale portata richiede un programma di profonda modernizzazione dei sistemi di istruzione e di formazione, soprattutto delle discipline scientifiche e tecnologiche. Ma non solo: richiede una sinergia tra sistema pubblico e sistema privato e l’ottimizzazione delle risorse umane.

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Alfonso Contaldo