nel numero 1 del 2013

L’editoria nuovamente ponderata rispetto agli scrittori, gli editori e il pubblico di Johann Albert Heinrich Reimarus

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Continuiamo la rassegna degli scritti che dimostrano come il tema della proprietà intellettuale sia stato al centro di tutta una serie di monografie, saggi, studi e dibattiti politici sin dal diciottesimo secolo. All’epoca, infatti, l’editoria era messa in ginocchio dal proliferare delle edizioni pirata. Proprio come nel ventunesimo secolo è stata colpita dall’avvento delle nuove infrastrutture informatiche.
Abbiamo già visto, nel volume n. 2-2012 di questa rivista, come nell’opera “Dell’illegittimità dell’editoria pirata” Immanuel Kant argomenta la difesa del diritto d’autore. In posizione diametralmente opposta si schiera Johann Albert Heinrich Reimarus (1729-1814), medico illuminista, noto per aver sviluppato una visione finalistica dell’universo, secondo la quale il cosmo presuppone l’esistenza di un ordinatore supremo. Nel testo “L’editoria nuovamente ponderata rispetto agli scrittori, gli editori e il pubblico”, il filosofo tedesco difende l’utilizzazione libera delle opere.
Per Kant e Fichte il vincolo dell’autore con la sua opera gli assicura la signoria sulla stessa perché il libro è di chi l’ha scritto, indipendentemente da quello che può accadere agli esemplari del libro nei diversi passaggi da proprietario a proprietario, tanto che diritto morale e diritto di utilizzazione economica sono strettamente connessi e che la lesione dell’uno implica inevitabilmente quella dell’altro. Per Reimarus, invece, la cultura dovrebbe essere alla portata di tutti e bisognerebbe rendere meno elitaria la fruizione dei libri, bisognerebbe scrivere non per l’aristocrazia, ma «per il tiers état del mondo della lettura».
Nel ‘700, mentre in Inghilterra con il Copyright Act la regina Anna confermava la concessione di privilegi agli editori, in Germania l’utilizzazione libera delle opere era giustificata da motivazioni squisitamente democratiche.
Fino alla pace di Lunéville, il 9 febbraio 1801, la Germania era nominalmente un impero, ma di fatto era un aggregato di stati quasi tutti indipendenti dove si svolgevano importanti fiere librarie (le più importanti erano quella di Pasqua a Lipsia e quella di San Michele a Francoforte) e dove al centro della discussione era la pratica di ricorsi e ricorsi storici stampare i libri dopo averli ricomposti parola per parola in un’edizione pirata basata su un esemplare dell’edizione originale.

L’elettore di Sassonia aveva molto più potere del privilegio imperiale di cui potevano godere gli editori tedeschi in qualità di editori imperiali. Fu l’editore Philipp Erasmus Reich a convincere l’elettore di Sassonia a ordinare nel 1773 l’inclusione del divieto delle edizioni pirata nel regolamento della fiera di Lipsia nel Kursachsisches Buchhandelsmandat che vietava l’importazione di edizioni pirata e anche il loro transito attraverso la Sassonia.
Per capire quanto fosse imponente il fenomeno della pirateria basta pensare che addirittura a Hanau, vicino Francoforte, si tenne nel 1775 lo Hanauer Biicherumschlag, ovvero la fiera degli editori pirata.
Il dilagare della pirateria in Germania ebbe effetti negativi sulla produzione dei libri. Per recuperare i soldi persi a causa della vendita di copie pirata, gli editori furono costretti a risparmiare sia sugli onorari degli autori sia sulle spese di edizione e i libri, alla fine del diciottesimo secolo, raggiunsero livelli minimi in termini di eleganza e accuratezza della composizione.
Mentre per Kant e Fichte i pirati erano degli usurpatori del diritto altrui, Reimarus considerava il diritto d’autore come una limitazione della concorrenza. Per l’illuminista Reimarus il riconoscimento del diritto d’autore dava luogo ad un monopolio che apriva le porte ai più grandi abusi, la concorrenza, invece, è alla base del prezzo economico che rende la cultura alla portata di tutti e non solo di una ristretta elite. Com’è chiaro Reimarus non prendeva in considerazione il problema dal punto di vista della giustizia ma solo sotto dell’aspetto patrimoniale, ciò che era importante era il punto di vista dell’equità: il principio dell’interesse pubblico alla conoscenza prevaleva sull’interesse patrimoniale dell’autore. Se Kant auspicava la riduzione del numero di libri in circolazione, Reimarus ne vuole favorire la diffusione. Il ragionamento di Reimarus abbracciava anche altri aspetti della conoscenza, come, ad esempio, il problema della produzione di medicinali secondo ricette esclusive: «Supponiamo che venga stampata da qualche parte una descrizione dettagliata della preparazione di una medicina giovevole o altrimenti di una cosa utile: non la
si potrebbe allora – anche in luoghi lontani – copiare per ulteriore notifica, anziché farsi prescrivere ogni esemplare dall’editore locale?»
Con la fioritura della letteratura tedesca nel solco di Klopstock, Gotthold Ephraim Lessing e Johann Wolfgang Goethe nacque anche un ceto di letterati che pretendeva di sostenersi con il proprio lavoro intellettuale; e infatti molti scrittori arrivarono a negoziare onorari anche molto elevati. Ma gli editori si trovarono in grande crisi a causa delle edizioni pirata. Per mantenere degli onorari decenti, diversi scrittori non esitarono a diventare editori in proprio, soluzione che fu aspramente deprecata da Reimarus e che del resto aveva già trovato la sua conclusione nel 1788 con il fallimento della Buchhandlung der Gelehrten fondata da Klopstock.
Dal diciottesimo secolo, la questione della pirateria si ripropone nel ventunesimo.
Oggi Kant e Fichte sarebbero sostenitori del copyright, della difesa del diritto d’autore, e Reimarus del copyleft che oggi è oggetto di tutela da parte della General Public Licence che prevede che quando un prodotto nasce con il marchio del copyleft possa essere copiato, cambiato e modificato a piacimento a patto però che il tutto venga fatto con garanzia di assenza di copyright onde evitare che qualcuno possa successivamente
appropriarsi della paternità di quanto ha copiato e rivendicarne il diritto d’autore.